Stelle cadenti

Era una notte ed era buia, perché una notte che si rispetti deve esserlo.

Sorridevi, credo. O forse mi facevi boccacce, chi può saperlo. Era buio.

Ed eri bella, lo so,  ma non posso dire quanto. Avessi avuto un cerino oggi potrei raccontarlo.

Sentivo solo il profumo dell’erba schiacciata e il tuo respiro mentre distesi sul prato guardavamo stelle cadenti.

Sentivo la tua voce, allegra, dirmi: guarda! l’hai vista, che bella?

E io, si, ogni tanto ne vedevo qualcuna riflessa sulle tue pupille.

Perché, quella sera, ti ho mentito.

Quella sera non guardavo stelle cadenti.

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Accidia

L’odio è un sentimento che non riesco a coltivare e non per bontà d’animo o ricchezza di sentimento; piuttosto per pigrizia e, forse, mancanza di un adeguato carattere.

L’odio è un sentimento costante, immutabile nella sua forma e nel suo aspetto. L’odio nei confronti di qualcuno o qualcosa ti accompagna tutta la vita: dal momento in cui scopri di nutrirlo a quando morirà, vecchio e infelice quanto te.

L’odio è diverso dall’amore e non ne è certo il contrario, come semplicisticamente viene definito. L’amore è un sentimento tra i più mutevoli gli esseri umani possano provare. L’amore c’è oggi, forte e stabile come una quercia nel vento, e può sparire domani, come nebbiolina all’alba.

L’odio, invece, per definizione non può sparire. Spesso sopravvive persino all’oggetto di tale sentimento.
E non come l’amore che con una sorta di aura luminosa e narcotica avvolge e idealizza l’amore perduto per sempre: lo fa piuttosto per radicamento, ormai inscindibile, con il nostro io più profondo.

A volte mi soffermo a pensare se nella mia vita ci sia stato qualcuno nei cui confronti abbia nutrito un tale sentimento e, piuttosto tristemente a volte, mi rendo conto che nessuno ha mai meritato un tale impegno. Ci son state persone nei cui confronti ho nutrito risentimento, è vero, ma mai odio; ci son cose e persone che non amo, che trovo insulse o insignificanti, ma mai hanno meritato più di questo.

Odiare richiede impegno e io sono pigro. Odiare richiede un carattere e una personalità energica, piena di risorse e capace di imporsi disciplina, perché ci vuole disciplina per odiare tutta la vita, mentre io mi stanco troppo presto di ciò che non mi piace e mi distraggo; non riesco a rimanere concentrato sufficientemente a lungo per giungere a tale sentimento.
Odiare, soprattutto, richiede memoria, e io memoria non ne ho.

Qualcuno mi ha detto che non saper odiare con tutto il cuore vuol dire non sapere amare.
Ho sempre pensato che si sbagliasse. E solo questione di pigrizia.

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Solo parole

A volte ci sono solo parole.

Parole che rincorrono parole che cercano altre parole che parlano di parole che spiegano altre parole ancora.

A volte solo silenzi.

Silenzi che sanno tutto.

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Avrà

Avrà lo sguardo dolce ma saprà averlo cattivo da farmi paura.

Avrà un sorriso da bambina e quando riderà le rideranno gli occhi, le guance e persino il naso.

Avrà momenti di malinconia da acquietare in un abbraccio.

Avrà momenti di allegria che faranno sorridere il mondo intero.

Avrà occhi per tutto quel che mi accade intorno e parole per spiegarmi quello che non ho ancora capito.

Avrà libri, storie, poesie e racconti da raccontarmi.

Avrà tanta voglia di ascoltare e fare domande.

Avrà voglia di parlare, di continuo, senza mai smettere e si farà zittire solo da un bacio.

Avrà musica da ballare e silenzi da ascoltare.

Avrà bisogno di sentirmi addosso e una pelle morbida che sfiorerà la mia.

Avrà il broncio di una bimba e mille idee su cosa debba fare per farlo sparire.

Avrà voglia di giocare e paura d’invecchiare.

Avrà voglia di litigare e più ancora di rappacificare.

Avrà parole severe e dolci e rassicuranti.

Avrà voglia di piangere e commuoversi.

Avrà voglia di ridere e far l’angelo sulla neve.

Avrà voglia di stupirmi e di togliermi un’espressione troppo seria dal volto.

Avrà il profumo di posti lontani e sconosciuti e quello di porti sicuri e rifugi segreti.

Avrà baci da dare e molti di più da richiedere indietro.

Avrà sguardi complici che non avrò bisogno d’interpretare.

E parlerà, parlerà, parlerà.
Dio quanto parlerà.

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La vita in cucina

A me piace cucinare; più le ricette sono elaborate e complicate più mi diverto. E come chiunque si diletti di cucina ho sperimentato più volte un fenomeno curioso: ci son volte in cui la stessa ricetta, per la cui preparazione hai utilizzato i soliti ingredienti, stesse quantità, stessi tempi e stessa attenzione, viene straordinariamente e inspiegabilmente più buona delle precedenti.

Allo stesso modo ci sono giornate che sembrano iniziare uguali alle precedenti. Eppure capita che gli stessi ingredienti che dosi ogni mattina si mescolino in combinazioni meravigliose per creare una autentica, inimitabile, memorabile giornata di merda.

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Cose dimenticate

Ogni donna che ha incrociato la mia vita ha lasciato, indelebile, un segno del suo passaggio.

C’è chi ha dimenticato nel cassetto vuoto della sua biancheria accenti estranei, parole nuove ed espressioni sconosciute. Nuovi modi per spiegarsi l’amore e storie inventate raccontate al caldo di una coperta in una notte d’inverno.

Chi mi ha regalato la sua musica, gesti che non conoscevo e disordini nuovi.
Chi mi ha donato quanto di più prezioso ho, estati calde e compagnie rumorose.
Chi giorni di splendida follia, dolore e lunghissimi viaggi, fatti senza lasciare mai la stessa stanza.

C’è chi ha dimenticato sogni che non avevo mai sognato, desideri nuovi e matite colorate con cui disegnare cieli nuovi e nuove finestre per guardarli. Macchine sulla spiaggia e sfide a chi arriva per primo.

E io le ho amate tutte, fin quando ho potuto; più che ho potuto; non rimpiangendo neppure uno degli istanti più dolorosi che ho vissuto con loro.

Io son fatto di quello che hanno dimenticato di portare con se chiudendo, per l’ultima volta, la porta di casa mia.

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Pelle

Avevo 18 anni quando l’ho imparato.
18 anni compiuti da pochi mesi; un diploma e una patente freschi da esibire al mondo.

Come tutte le cose che si imparano davvero, quelle che ricordi per sempre, l’ho imparato sulla mia pelle. Nessuno me l’aveva spiegato prima e molto probabilmente, pure l’avessero fatto, a quell’età è difficile fidarsi e dar retta.

L’ho scoperto un giorno quando, con gesto fintamente involontario, sfiorai il braccio di una ragazza che credevo mi piacesse. Lo credevo perché era bella. Lo credevo perché era simpatica, piacevole e divertente. Lo credevo perché sapevo di piacerle.

Lo credevo perché avevo 18 anni e a quell’età se credi che una cosa ti piaccia vuol dire che è così. Non hai sufficiente spazio libero in testa per farci entrare troppi dubbi. Io, il mio, l’avevo già colmo di quesiti esistenziali quali: e se la prossima settimana chiedessi di uscire all’amica di quella mia ex? Oppure lo chiedo a quella che mi sorrideva mentre mangiava il gelato?

Sino ad allora, sfiorare il corpo di una ragazza, una ragazza che mi piaceva – o che credevo mi piacesse, d’accordo, ma abbiamo detto che è una distinzione priva di significato a 18 anni – rappresentava semplicemente un momento di godimento personale, una appendice all’avventura della conquista e una anticipazione di quanto sarebbe accaduto di lì in poi. Un bel momento, ma non così importante.

Non importante come il primo bacio, per dire. O la prima volta che allunghi una mano dove non sta bene allungarla.
Una sensazione piacevole, certo, eppure se non l’avessi mai neppure sfiorata e ci fossimo baciati, così all’improvviso, tenendoci in punta di piedi per evitare di toccarci con null’altro che le labbra, avrei riso tanto; non me la sarei presa neppure un po’ per la mancanza di quel contatto.

Quel giorno, però, qualcosa cambiò e non so perché proprio allora. Eravamo lì: io, una bella ragazza, una panchina e nulla intorno che contasse qualcosa se non i nostri 18 anni e tanti sorrisi. Mentre parlava, la sfiorai disinvolto ma quella che provai non fu la sensazione di piacere e brivido che conoscevo; fu la pelle del suo braccio. Solo quella.

Non capii e pensai di esser distratto dai suoi movimenti, dai suoi occhi dalla sua bocca o di essere più emozionato di quanto pensassi oppure ma che ne so, non lo so, non so niente, in fondo ho solo 18 anni e poco spazio libero in testa.

Perplesso feci finta di nulla: sorridevo, parlavo e ridevo, ma non capivo. C’era qualcosa di strano e di sbagliato: questa volta mica la sfioro e basta, no, questa volta la tocco sul serio.

Così presi la sua mano tra le mie. Non so cosa pensò in quel momento: che fossi troppo veloce e audace, forse, ma non si scompose, non le dispiaceva.

Era una bella mano e percepivo il suo nervosismo. La guardavo negli occhi, due occhi che ricordo ancora, come ricordo il suo profumo, semplice, naturale, fresco e il sorriso pieno e sincero. Eppure tra le dita tenevo un guanto di pelle freddo ed estraneo.

Provai spavento; immerso in una di quelle sensazioni che non sapevo come gestire, come il primo innamoramento, la prima volta che senti l’irrefrenabile desiderio di baciare una ragazza. Solo più brutta, brutta come la paura.

Sarei voluto fuggire lontano e pensavo: hai convinto questa ragazza a uscire con te, l’hai portata in un parco con il sole, parli e ridi con lei, le sfiori la pelle, le prendi la mano. Come minimo si aspetterà che la bacerai o che proverai a farlo, non che tu le dica, scusa, devo scappar via, se vuoi ti accompagno a casa.

Sperai che qualcosa o qualcuno interrompesse quella scena spaventosa salvandomi da un epilogo che neppure riuscivo ad immaginare. Desiderai di capire perché la mia testa e il mio corpo avessero reagito così; se c’era qualcosa che loro avevano scoperto e io non sapessi.

Nessuno, ovviamente, venne in mio aiuto. La riaccompagnai a casa con scuse che sapevo non avrebbero convinto nessuno; ma avevo troppa fretta di liberarmi da quella sensazione e riuscire di nuovo a pensare.

E’ così che ho imparato.
Ho imparato da quella ragazza, e da altre che vennero in seguito, che la mia pelle sa meglio di me cosa vorrei. Ho imparato a sfiorar subito le donne, a stringer loro il braccio, a dar buffetti gentili sulle guance.

Mi capita ancora, a volte, di non sentir nulla sfiorando una donna che penso mi piaccia. Di provare quelle stesse sensazioni. E ho imparato a non restar solo su di una panchina occhi negli occhi con una donna che non ho mai sfiorato prima.

Ho imparato a fidarmi della mia pelle.

Sempre.

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Forse

Rain_at_Night

Basta una luce fioca, qualche goccia di pioggia e del vento freddo per fare una notte d’inverno.

Una volta creata, in quella notte puoi passeggiare sui marciapiedi umidi della tua città: un cappotto addosso, il bavero alzato e lo sguardo fisso verso il basso, a osservar asfalto e cartacce.

In questa notte d’inverno, mentre cammini sul marciapiede con il tuo cappotto, l’asfalto e le cartacce, può succedere che incontri qualcuno. O qualcuna. Ecco si; qualcuna.

Eccola, viene verso di te. Ha il tuo stesso sguardo abbassato verso asfalto e cartacce ma ha addosso un cappotto rosso.
La vedi attraversare quella notte di luci fioche, gocce d’acqua e folate di vento freddo e farsi sempre meno distante.
Ora è così vicina che ne senti il profumo di vaniglia e di viola, o forse di rosa. Non lo sai cosa sia, ma di certo è il profumo più buono che tu abbia mai sentito.

All’improvviso, mentre ancora pensi al suo odore, alza lo sguardo e ti fissa negli occhi, solo un istante.

Così, può capitare che in una notte strana, una notte che forse è tutta inventata, ti innamori.
Ti innamori di un cappotto rosso, un profumo, uno sguardo stanco e dolcissimo e di un sorriso che non sei neppure sicuro di aver visto davvero.
Ti innamori di un dubbio e di un sogno.

E tornerai tante altre notti in quella notte d’inverno a cercarla, senza incontrarla di nuovo.
Resterà solo il ricordo della tua più bella notte d’inverno.

Una notte che, forse, non è mai esistita.

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