Ricordo quando, distesi sul letto, volevi che ti raccontassi delle favole.
Dovevo inventarle al momento, popolandole di protagonisti irreali e folli.
Mentre la mia fantasia creava una favola nuova, mi tenevi abbracciato stretto e ti arrabbiavi quando la storia non era abbastanza avvincente. Non ti interessava avessero un lieto fine. Eri tu quel lieto fine.
Ne ho inventate tante; solo per vederti sorridere compiaciuta e felice.
Eppure non le ricordo più; è un peccato.
Ma, in fondo, è andata come volevi.
Resteranno per sempre solo tue.
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Ci sono giorni difficili, settimane difficili, mesi, anni e persino intere vite difficili.
Eppure vale sempre la pena di vivere. A volte solo per pochi momenti che ripagano tanta infelicità vissuta, tanto a lungo.
Momenti di amore, commozione, felicità.
Momenti che durano solo brevi istanti ma che rimangono nella nostra mente a lungo, molto a lungo.
Sono come biglietti della lotteria nelle nostre tasche: anche se sappiamo che è quasi impossible vincere, ci regalano l’illusione di un sogno.
Il sogno di essere felici, per altri attimi ancora.
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E’ un pomeriggio sonnolento e triste, triste come solo certi pomeriggi d’autunno sanno essere, di quelli in cui il freddo non è freddo davvero.
Una pioggerellina fitta cade sulla strada e sugli alberi mentre i pochi passanti vanno di fretta riparati da ombrelli colorati. Da qui non riesco a vedere che le loro sagome in movimento, impacciati in abiti pesanti dismessi da troppi mesi.
Mentre li guardo dal vetro della finestra la sto appannando con il mio respiro. Piccole prove d’inverno.
E mentre li guardo mi accorgo che il mio umore segue il movimento di questa pioggia sottile, costante e triste.
Il mio caffè si sta raffreddando mentre resto fermo, in piedi, a osservare questo autunno arrivato all’improvviso. Il libro che mi aspetta, appoggiato sul divano, aspetterà ancora un po’.
Non riesco a staccare gli occhi da tutto quello che c’è fuori, anche se sembra davvero poco.
Vedo passare un uomo senza ombrello, a passo affrettato. Ma non corre per la pioggia. Si vede che è solo ansioso di raggiungere la meta del suo viaggio. Incrocia una ragazza che, riparata sotto un ombrello verde cammina a passi lenti. Lei, sicuramente, non ha alcuna fretta di arrivare. Forse le piace questa pioggerellina fitta e persistente. Se è così mi piacerebbe scendere giù in strada e chiederle perché. Cos’è che gliela faccia piacere.
Probabilmente la aiuta a pensare e a vedere il mondo da un prospettiva differente. Oppure ha solo dei pensieri tristi e questa pioggia la aiuta a coltivarli e a immergervisi. Perché a volte ne abbiamo bisogno. Desideriamo coltivare i nostri pensieri tristi spingendoli sino al loro limite. Per riemergerne più rapidamente al minimo motivo di gioia.
La ragazza continua a camminare lenta impiegando un tempo irragionevolmente lungo ad attraversare l’arco della mia visuale. Quando raggiunge l’angolo del palazzo, sparendo dietro il muro grigio che divide la mia porzione di spazio da quella del resto del mondo, mi dispiace.
Mi dispiace non averle potuto fare delle domande. Sapere com’è la sua vita, quali le sue preoccupazioni, scoprire se sono simili alle mie o del tutto differenti. Non averle potuto chiederle se a lei questa insistente pioggia autunnale piace sul serio. E se si, perché.
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Il lettore più disattento potrebbe pensare che io sia una persona sbadata.
Quello che non sa è che ciò che passa per sbadatezza è solo un lavoro di selezione che il mio cervello svolge per conto mio.
Questi, in maniera del tutto autonoma e senza sentirsi in dovere di consultarmi, ritiene vi siano innumerevoli informazioni che non valgano la pena di essere ricordate; un po’ per semplice pigrizia, certo, ma più spesso perché non desidera che l’innata attitudine al disordine che da sempre mi accompagna venga coltivata e incentivata.
Accade, infatti, che i miei ricordi vengano riposti nel cassetto sbagliato, dove dovrebbero trovarsene altri che a loro volta sono infilati chissà dove.
Questa gran confusione fa si che a volte, mentre cerco di ricordare il nome del mio meccanico, mi torni in mente il grande amore di primo liceo. Capirete da voi che tale confusione di pensieri può essere spiacevole in varie occasioni; anche perché finisco per trovarmi con l’auto in panne provando grande malinconia per una splendida ragazza di cui non so più nulla da tempo. In più quando cerco ricordi piacevoli che migliorino il mio umore, finisco per ripescarne, involontariamente, di tristi contribuendo alla sua definitiva rovina.
Ovviamente più sono le informazioni che tento di immagazzinare maggiore è la confusione e il disordine che si genera e più problematica diviene la mia esistenza.
Del resto, ammettiamolo, sono moltissime le cose che non ha senso memorizzare. A cosa serve tenere a memoria titoli e autori di ogni canzone che ascoltiamo? Per poterle riconoscere non appena ne sentiamo un accenno alla radio ed essere i primi a dire il titolo facendo un figurone con gli amici? Non è forse più bello non riconoscerla affatto e pensare ma che bella canzone, per poi accorgersi di conoscerla e di averla già apprezzata in passato? Se non altro saremo assolutamente certi che quella canzone ci piaccia davvero.
E a cosa serve, in fondo, ricordare i momenti grigi e bui della nostra vita? Non ci saranno di alcun aiuto nel raffrontarci con la vita che abbiamo innanzi in questo preciso momento né possono lenire dolori che stiamo provando o riportarci con i piedi a terra quando siamo immensamente felici.
Insomma, è per questo che potreste incontrarmi all’incrocio di una strada con il naso all’insù, l’aria indecisa e pensierosa. Probabilmente non sto aspettando nessuno o almeno non ne sono certo, e neppure mi sono perso. Sto solo cercando di ricordare per quale motivo mi trovi lì, ché un motivo per esserci arrivato c’è di sicuro.
Ma non lo ricordo più.
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Le stazioni ferroviarie sono piccoli universi. In ognuna c’è tutto quello che vorreste trovare e molto di quello che non vorreste mai vedere.
Ci sono ragazze con lo sguardo stanco e triste di chi lascia o fresco e allegro di chi va a riprendersi la propria vita. Non riesco a fare a meno di osservarle cercando di capire dai loro occhi, dalle espressioni, da vestiti e bagagli che tipo di viaggio sia quello che stanno per intraprendere.
Vanno a incontrare il loro amore o stanno tornando a casa dalla loro famiglia? Oppure partono per nuovi mondi, nuove città dove le attendono università, lavori e amori da scoprire?
In stazione ci sono i volti di chi è sconfitto. Di chi ha perduto anche l’ultima battaglia con la dignità e scava nei cestini dei rifiuti; raccogliendo gli avanzi di chi rispetto a loro ha anche poco, poco di più.
Un di più che segna distanze siderali tra i primi e i secondi.
Vi troverete anche quelli che sono li solo per salutare chi parte. Alcuni soffrendo con poca o nessuna dignità quel distacco, altri con invidia, sapendo che per loro quel viaggio non arriverà mai.
Ma nelle stazioni transitano anche le persone come me, quelle che viaggiano senza una meta, solo per vedere, capire, studiare e conoscere un poco meglio tutto quel mondo confuso di cose e persone che, nostro malgrado, ci ruota intorno.
Quelli come me li ricoscete subito: sembrano trovarsi nel luogo sbagliato ed essere sempre vestiti nel modo sbagliato; sono quelli che è difficile capire se stiano partendo, siano appena arrivati o aspettino qualcuno.
Quelli come me si fermano spesso, appoggiandosi a un pilastro o a un distributore automatico di qualcosa, e vi osservano curiosi. Curiosi dei vostri sguardi, delle vostre ansie o delle vostre allegrie. Curiosi di capire perché siate li e dove vorreste, invece, essere. O se, anche voi come noi, non lo sapete dove. E perché.
Nelle stazioni incontro spesso viaggiatori come me; li riconosco subito e loro riconoscono me.
In quelle occasioni ci scambiamo un rapido sorriso, appena accennato.
E non è un sorriso di solidarietà. Vuol solo dire: non guardare me, io non ho la risposta che cerchi.
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La verità è che mi innamoro tutti i giorni.
Mi innamoro di una donna diversa ogni mattina quando esco di casa per andare al lavoro. Ogni mattina so che il grande amore della mia vita è lì che mi aspetta lungo il tragitto e, regolarmente, sporgendomi dal finestrino della mia auto la vedo. È lei, ne sono certo. È lì che aspetta l’autobus ad una fermata, oppure passeggia a passo veloce per andare chi sa dove. Ma è lei, lo capisco subito, al primo sguardo.
È bella, come nessun’altra abbia visto prima e intuisco anche che è anche intelligente e interessante, non banale. Lo capisco dal modo in cui cammina, o è semplicemente appoggiata al vetro della sua fermata. Glielo leggo negli occhi in quel brevissimo istante in cui incrocio il suo sguardo. Mentre la vedo spostarsi i capelli dal viso o rovistare nella borsetta alla ricerca di chissà cosa e chissà cosa è nascosto in quella borsetta; cosa è nascosto nelle borsette di tutte le donne, quegli abissi senza fondo che violano le leggi della fisica e capaci di contenere immense quantità di oggetti da far invidia a Mary Poppins.
La guardo e capisco che la mia vita sarebbe finalmente definita con lei al mio fianco: non avrei più bisogno di null’altro e nessun’altra. Che potrei finalmente interrompere l’eterna ricerca di nuove emozioni e nuove sensazioni. Essere finalmente e definitivamente felice, senza cattivi umori che mi rendano triste al risveglio o nottate passate a rovistare tra i miei pensieri alla ricerca di un senso o un significato alle mie scelte e alle mie azioni.
Con lei, quella adorabile creatura che si è accorta ora del mio sguardo e a cui sorrido, potrei passare tutta la mia vita senza annoiarmi mai, parlando di libri, storia e colore della tinteggiatura della camera da letto. Senza mai dover mentire, inventare e doverle nascondere passioni che mi bruciano dentro per altre vite, altri sogni, altre donne. Perché non avrei più nulla da desiderare se non lei e nessun intimo segreto da conservare gelosamente per me.
Ed è a quel punto che sollevo il finestrino e vado avanti per la mia strada, sorridente. Perché so che esiste. La donna della mia vita esiste, la incontro tutte le mattine e ogni mattina ha un viso diverso, un corpo diverso e capelli di un nuovo colore.
Un giorno mi fermerò per poterle parlare. Ma non ora.
Forse un giorno.
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