Non sono i grandi cambiamenti a modificare le nostre vite. Sono, piuttosto, i piccoli spostamenti; quelli che senza se ne abbia piena coscienza cambiano i nostri gusti, le nostre scelte i nostri colori, i nostri sapori.
Difficilmente potrete dire in quale giorno o in quale anno abbiate smesso di odiare i broccoli e iniziato ad apprezzarne il sapore.
Ma saprete ricordare il giorno esatto in cui avete deciso di intraprendere una nuova carriera lavorativa o cambiare la vostra vita abbandonando un porto sicuro ma oramai soffocante.
Eppure è solo l’insieme di quelle insignificanti trasformazioni che, sommandosi una alla volta, ci fanno diventare qualcosa di diverso rispetto a quanto eravamo solo pochi anni prima.
È proprio la somma di quei piccoli cambiamenti, nuovi gusti musicali, nuovi gusti alimentari, l’acquisizione di nuove sensibilità e la svalutazione di altre, lo scoprire che i broccoli ci piacciono davvero molto, a cambiarci.
È l’insieme di tali piccole trasformazioni a portarci a grandi cambiamenti cui imputiamo il cambiamento, in meglio o in peggio, della nostra personalità e della nostra esistenza.
Se nel tempo impariamo ad amare la musica classica che prima detestavamo, il cibo giapponese che prima destava in noi diffidenza, impieghi meno avventurosi e più tranquilli che un tempo avremmo assolutamente evitato, diventa difficile non prepararsi ad affrontare un grande cambiamento; come poter sopportare un lavoro che non ci piace più o l’essere circondati da persone che non hanno modificato il loro modo di essere in sintonia con noi?
Quello che sembra essere un cambiamento repentino, una presa di coscienza e consapevolezza chiara, definita e coraggiosa, è solo il punto di rottura, la frattura; lo scatto di una placca tettonica che non ha mai smesso di muoversi.
Aspettava solo il momento buono per assestarsi nella posizione a cui da tempo era indirizzata. E da li ripartire.
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Prima fase: il terrore.
La sveglia non è un oggetto di uso quotidiano, è un’arma di terrore inventata da un mujaheddin psicopatico; il suo squillo è paragonabile solo all’esplosione di una bomba in un suq affollato, ma con effetti diretti sulla nostra persona molto più devastanti; del resto chi diavolo ci è mai andato in un suq affollato e di lunedì mattina oltretutto. E poi se c’è gente che affolla un suq di lunedì mattina a quest’ora, merita di morire, mi pare il minimo.
Seconda fase: la negazione.
No, non sta suonando, sto ancora sognando. Cristo è davvero un sogno di merda, ma sto sognando, non ci sono dubbi.
Terza fase: la ribellione.
Si, è la sveglia che sta suonando, lo concedo. Ma non me ne importa, ecco. Farò tardi al lavoro, ho deciso. In fondo, che diamine, il mondo sopravvivrà senza di me per qualche ora, no? E se non sopravvivesse se lo merita di finire miseramente per aver scommesso tutto su di un essere volubile come me.
Quarta fase: la coscienza.
Mi devo alzare. E’ mio dovere. Cosa penseranno di me se faccio tardi? E poi c’è quel tizio che a cui stamattina avevo promesso di inviare quelle informazioni. Ancora 5 minuti e mi alzo, giuro.
Quinta fase: l’inganno.
Su, in piedi. Così mi fermo a prendere il caffè nel bar dove c’è quella barista bellissima. Anzi, magari provo pure a chiederle il numero di telefono. Si, stamattina lo faccio sul serio, si. E poi ho voglia di fare due chiacchiere con quel collega simpatico. Dai, in fondo la vita bisogna viverla tutta sino in fondo.
Sesta fase: la realtà.
Cristo, dove diavolo ho messo le chiavi della macchina? Ecco, lo sapevo, ho dimenticato il cellulare in casa e mi tocca tornare indietro. Ma porca puttana, il lunedì è pure il giorno libero della barista carina. A saperlo evitavo di fermarmi qui e perdere tempo ma oramai ci sono, che faccio esco e vado via? Madonna che faccia incazzata il collega simpatico, mi sa che è meglio girare al largo stamattina.
Settima fase: il risveglio.
Le facoltà di razionalizzazione raggiungono finalmente la soglia minima di sopravvivenza tra il terzo caffè e il quarto rimbrotto della giornata, in un orario variabile tra le 10 del mattino (ottimisti che non siete altro) e le 16 del pomeriggio (orario standard dell’impiegato italiano).
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In poche foto c’è un’esistenza intera, condensata.
Sogni, pensieri, idee, colori, sapori, amori e presente.
A guardarle una dietro l’altra si ha la percezione che sia avvenuto tutto in un attimo, che la nostra vita sia durata un battito d’ali. Ma che, nonostante questo, abbiamo fatto, visto e vissuto più di quanto ricordassimo.
A guardare quelle foto a volte non ci riconosciamo, non sappiamo davvero chi è quella persona lì, più giovane, così strana, con altre verità in tasca, giuste o sbagliate è difficile da dire.
Altre sono immagini di cui sapremmo raccontare tutto: cosa facevamo, cosa sognavamo, cosa volevamo, che sensazioni provavamo.
Mi è capitato spesso di volerle buttare; vivere solo il presente. E qualche volta l’ho fatto.
Ma è inutile, tornano sempre, nascoste da qualche parte.
E alla fine ho imparato a convivere con quella persona che non sento essere io, con quelle persone che ricordo appena e con quelle che ricordo benissimo ma non so dove siano, cosa facciano, chi siano oggi.
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La tentazione è semplicemente troppo forte. Quella magnifica spirale discendente mi attrae come un buco nero, più forte di ogni paura.
Abbacinato dall’effetto ottico, dal senso di totale rassicurazione che emana, mi spingo sempre più giù, verso un fondo che non riesco neppure a percepire. Vi nuoto dentro, sapendo che sto lasciando al loro destino, qualunque fosse, ogni altra cosa, ogni dolore, ogni pensiero, ogni gioia e felicità costruite artificiosamente solo per potermi sentir meglio. E mi arrendo una volta per tutte allo scorrere degli eventi, smettendo, finalmente, di lottare per raggiungere obiettivi che strada facendo sono cambiati mille volte, sino a non somigliare più a quelli che desideravo.
Attendo senza paura di essere seduto su quel fondo, quello oltre cui non è più possibile scavare; quello che provoca tanto e troppo terrore. Seduto, senza più nulla da temere e nulla da perdere o rischiare osservo tutto da una prospettiva nuova: quella di chi deve fare tutto da capo, ricominciare dal principio, ricostruire passo dopo passo ogni certezza, ogni sogno, ogni ambizione, ogni singolo atomo della propria esistenza.
E a quel punto ricordo ciò che, nell’impegno di nuotare con tenacia controcorrente e spesso contro me stesso, avevo facilmente dimenticato: tutto può essere differente e migliore.
Perché solo chi è stato seduto per un po’ lì, su quel fondo, sa quanto sia inutile temerlo. Quante volte nella vita ci si può reinventare e ricostruire; quanto sia inutile vivere di profonde e inamovibili certezze.
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Mentre da fuori giunge il rumore di una pioggia sommessa, nella penombra dello studio osservo le volute di fumo della mia sigaretta sollevarsi verso il soffitto.
Attraverso il fumo vedo un mondo sfocato, smussato nei suoi angoli, addolcito dalle sue asperità.
Un mondo meno trasparente, meno chiaro e identificabile nei suoi dettagli. Un mondo più simile a come è in realtà rispetto a come siamo abituati a volerlo vedere e considerare.
Per lo stesso motivo amo la nebbia che spesso, al mattino, si solleva dal mare e mi impedisce di vederne l’orizzonte.
Nella spasmodica ricerca di chiarezza, riferimenti assoluti, posizioni incontrovertibili cui il vivere quotidiano ci obbliga, finiamo per dimenticare ogni sfumatura e ci sfugge la natura bizzarra, impalpabile e imponderabile della nostra vita.
Cercare di trovare un senso compiuto a una esistenza così soggetta a continui mutamenti, la cui durata dipende, spesso, da lievi aliti di vento, è evidentemente sciocco; eppure riuscire a tenerlo a mente sembra assurdamente difficile.
Proviamo, così, la necessità di creare idoli, elevare a rango di sapienti nostri pari e supportare ideali che altri hanno pensato per noi. Unicamente per garantire un senso a una esistenza che sappiamo essere tanto gracile e incerta. Una esistenza che non ha alcun senso.
Piuttosto che viverla al meglio delle nostre possibilità e condividerla solidalmente con tutti coloro che ci circondano senza inutili preconcetti e limitanti pensieri ordinati e organizzati, preferiamo schierarci, sentirci parte di un organismo più grande di noi, della nostra stessa vita. Come se, infine, esistesse qualcosa di davvero più importante della nostra esistenza.
Vogliamo a tutti i costi diradare il fumo, sollevare la nebbia, illuderci di possedere una visione chiara e limpida di tutto quello che siamo, e saremo, di quello che ci circonda e vediamo e di quanto ci circonda ma non riusciamo neppure a vedere.
E, quando gli altri urlano di aver visto e aver capito, poter urlare insieme a loro, convincendoci di aver visto e capito quello che nessuno ha mai veramente visto e capito.
Mai nessun dubbio, nessuno fondamentale almeno. Mai nessun timore, una mano che trema o un pensiero che vacilla. Ma certezze che immaginiamo ci aiutino a sentirci più di quel che crediamo di essere, meglio di quel che pensiamo.
Certezze che sono meno del fumo che ancora si solleva qui nel mio studio, ora. Meno di quei volubili vortici che si formano sopra la mia testa; indomabili volute che sfuggono ogni certezza; ogni tentativo di essere classificate, previste e incatenate a una inutile e futile scientificità.
Più veritiera la nebbia leggera che ammanta il mare di mattina nascondendo l’orizzonte; più onesta.
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Fa già freddo, anche se non freddo freddo. Tutto sommato si riesce ancora a restare fuori a fumare una sigaretta senza ghiacciare.
Soprattutto se la serata è stata particolarmente alcolica, il che, almeno per me, vuol dire nella maggior parte dei casi.
Da quando è diventato impossibile fumare nei locali, superati i primi momenti di sconforto, ho imparato ad apprezzare le opportunità offerte dall’essere costretto a uscire fuori per una sigaretta.
L’essere un fumatore, oltre al ricevere inevitabili paternali da ogni dove, persino da sconosciuti, ti concede la possibilità di sganciare conversazioni noiose, banali, fastidiose se non addirittura snervanti.
Con un semplice “esco a fumare” sei libero. Libero di pensare per un po’ ai fatti tuoi, rilassarti o far sbollire il nervosismo. Oltre a fumare, ovviamente.
In alcuni casi, quando altri dannati tabagisti approfittano del tuo scatto per guadagnare la porta ed escono insieme a te ad assumere l’indispensabile dose di nicotina – o per fuggire dal tuo medesimo destino – puoi fare scoperte interessanti.
Puoi conoscere persone che sino a quel momento, pur avendole avute al tuo stesso tavolo, non conoscevi. Il magico momento di relax provocato dal fumare quella adorata sigaretta spegne ogni conversazione precedente. Ognuno vuole godersi quel momento il più a lungo e in pace possibile.
Le conversazioni si ammorbidiscono, i punti di interesse si spostano e le possibilità di scoprire interessante una persona che sino a pochi istanti prima consideravi nel migliore dei casi insignificante, aumentano.
Quel punto in comune, l’essere odiosi fumatori, gente che non bada alla propria salute, pazzi che si danneggiano con le loro stesse mani, crea, in alcune fortunate situazioni, una sorta di fratellanza.
E allora parli, ridi, sorridi, conosci.
Ti accorgi che fumare, in fondo, non è quel terribile vizio che si racconta in giro. Non sempre, almeno.
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Un filo che penzola dall’angolo di una federa, una crepa appena visibile sul muro del bagno, un sportello della cucina che cigola. Pensieri confusi, idee che ci lasciano perplessi, progetti irrealizzabili.
Quello che ci circonda non è fatto per essere perfetto. E’ vero, qualcosa lo è per un brevissimo istante; ma freddo, caldo, trascorrere del tempo o usura ne manifestano inesorabilmente la natura imperfetta.
La bellezza di ciò che vediamo è celata nella sua imperfezione: un mobile antico, una borsa di cuoio logorata dal tempo, un fiore dai petali irregolari, il tronco di un albero secolare, una ruga sul viso della persona che amiamo.
Cercare oggetti perfetti, persone perfette, una vita perfetta è una inutile e stancante ricerca per chi, come noi, vive vite stupendamente imperfette.
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