Son piccole scintille quelle che mancano.
Concentrati su sguardi, mani, movimenti e sapori; persi tra mari di parole, lettere alla rinfusa o ben ordinate, allineate una dietro l’altra o buttate come per caso.
Ma io, senza quelle piccole scintille, non so stare.
Non mi posso fermare.
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A una donna, curiosa di capire se un uomo sia attratto da lei, basterà fissarlo senza distaccare lo sguardo mentre costui – abituato da anni a scaccolarsi, rispondere al cellulare, voltarsi per guardare la smandrappona che sta passando in quel momento sul marciapiede mentre con una mano sola parcheggia l’auto in retromarcia – sta uscendo da un agevole parcheggio.
Se lo vedrà compiere quella di per se semplice operazione rischiando incidenti a catena, sbagliando 5 volte manovra e costretto a continue correzioni di traiettoria, questa avrà la certezza di aver colto nel segno: il soggetto è rimasto abbacinato dalla sua bellezza.
Per un uomo arrivare alle stesse conclusioni in identica situazione è, invece, del tutto impossibile.
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Sei uno stronzo!
Scusa, ma che ho fatto?
Come, e me lo chiedi?
Beh, non ho idea davvero di cosa possa averti fatto. Non ci siamo neppure parlati oggi io e te…
Stanotte ho sognato che mi facevi fare la colf in casa tua e con aria dittatoriale mi ordinavi di andare ad aprire la porta di casa perché qualcuno aveva suonato!
Certo che fai dei sogni davvero entusiasmanti…
Cosa fai, mi prendi in giro? Guarda che son incazzata sul serio con te.
Ma cosa posso farci io se tu fai sogni strani?
Pretendo che tu, adesso, ti faccia perdonare!
Stai scherzando, vero?
Guarda che son già incazzata, te l’ho detto…
No, aspetta, sei incazzata per qualcosa che TU hai sognato e pretendi che IO chieda scusa per qualcosa che non ho fatto?
Allora facciamo a non capirci. Stamattina mi sono alzata incazzata con te per il modo in cui mi trattavi e mi davi ordini; e, ti assicuro, ti sei comportato in maniera orribile nel sogno. Quindi pretendo che tu ti faccia perdonare.
Va bene, ho capito, non ne veniam fuori. Facciamo così, ti chiedo scusa. Va bene?
Eh no, non puoi mica limitarti a uno “scusa” del genere, non dopo il tuo pessimo comportamento nel sogno.
Ascoltami, per riepilogare il tutto: mi stai dicendo che vuoi che mi scusi per qualcosa che è avvenuto in un tuo sogno, sul quale io non ho ovviamente alcun controllo, e che, nonostante io sia arrivato a scusarmi non puoi accettare le mie scuse in quanto non sufficienti a farmi perdonare per un’azione che non ho compiuta? No, dico, non ti sembra ci sia qualcosa che non fili?
Ma questo perché la guardi dal tuo punto di vista. Se guardassi la situazione dal mio capiresti che c’è un filo perfettamente logico…
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Fermo sulla strada, in attesa. Un marciapiede grande e affollato; persone che si muovevano a passo rapido e tu, seduta su un muretto.
Nascosta dietro quelli che passando ti coprivano e scoprivano alla mia vista, secondo il loro capriccio.
Vedevo i tuoi occhi neri attraverso i pochi spazi che mi concedevano, come raggi di sole tra nuvole fitte. Occhi neri che guardavano me.
Ti ho sorriso e hai piegato la testa mentre le tue labbra rispondevano con un sorriso che non ho mai dimenticato.
Ero lì, in piedi, e ti guardavo quando arrivò l’auto che aspettavo. Abbassai lo sguardo a terra per un attimo. Non so se lo hai visto, ma ridevo.
Quando rialzai gli occhi eri ancora lì; stavi ridendo anche tu. Mi voltai e salii in auto. Sentivo i tuoi occhi e il tuo sorriso addosso.
Sorridevo mentre l’auto mi portava lontano.
Sorrido anche ora, mentre ti penso.
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L’oblio trascina con se il ricordo, i contatti, la vicinanza di una persona amata e perduta; un oblio inevitabile, fatto di contatti radi se non inesistenti laddove prima c’era condivisione di spazio, di pensiero, di odori e calore. Un oblio spesso indispensabile per riprendere in mano la propria esistenza e tornare ad affrontarla con la necessaria serenità ma che miete, nel suo inarrestabile percorso, vittime incolpevoli.
Persone che hai conosciuto, amato e stimato attraverso la presenza di chi oramai non fa più parte del tuo presente ne rimangano coinvolte. Non smetti di pensarli, ma neppure riesci a rapportarti con loro; provi il disagio di chi è senza titolo e autorizzazione. Di chi mantiene aperta una porta dove porte non dovrebbero esservene più.
E allora prendi le distanze, la scelta più semplice e vigliacca allo stesso tempo. Lasci che il gorgo dell’oblio li trascini con se, li porti lontano, involontariamente addossando loro colpe e ragioni che non hanno mai avuto.
Poi, d’un tratto, ti ritrovi a pensarli sentendoti male, colpevole. Colpevole di sapere che saranno solo le brutte notizie ad arrivare sino a te dal momento che, un giorno, senza ragione, hai smesso di condividere con loro le belle e le quotidiane.
Eppure sai di voler loro bene. Sai che nulla hanno loro a che fare con quello che la vita ti ha dato, tolto o con ciò a cui hai rinunciato seguendo percorsi che nulla avevano a che vedere con essi e molto solo con te.
Sai di non avere scuse e ti nascondi dietro porte che non dovrebbero esservi e provi a non pensare; a non pensare che c’è qualcosa di sbagliato in te, in quelle paratie stagne che hai creduto essere indispensabili, sagge e adulte.
Paratie che avrebbero dovuto conservare al loro interno i tuoi progetti, il tuo futuro, i tuoi sogni, te stesso. E che, invece, hanno chiuso fuori parti importanti della tua vita, di quello che sei, dell’uomo che pensi di voler essere illudendoti, troppo spesso, di esserlo già diventato.
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