Il giorno della memoria è passato e tutto continua a scorrere, come sempre. Del resto tutto scorreva come sempre anche ieri. Chi non aveva memoria non l’ha ritrovata e chi l’ha sempre avuta non l’ha accresciuta.
Un giorno dedicato a “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Un giorno in cui ricordare un genocidio e dimenticarne tanti altri; un giorno da farcire con dei “mai più” fingendo che non ce ne siano stati altri persino più crudeli di questo e dopo di questo.
In cui non ricordare i genocidi in Rwanda, Cambogia o Serbia. In cui fingere fossero i nazisti i soli grandi cattivi e che li abbiamo fortunatamente sconfitti.
In cui dimenticare che tanti altri uomini, colpevoli di genocidio, di aver ucciso, stuprato, torturato, bruciato camminano liberi.
E che alle loro vittime nessuno ha dedicato un giorno e neppure un’ora. Nessuna fondazione a raccogliere le loro testimonianze, nessun monumento a ricordarne il dolore.
Perché anche la violenza e la sopraffazione, a volte, sono questione di marketing.
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Non è stato Hitler. Non è stato lui.
Sono stati migliaia di ragazzi, cresciuti allegri e spavaldi come tutti i ragazzi. Potete immaginarli questi ragazzi mentre, prima di diventare soldati, importunano ragazze lungo i viali delle loro città, sognano un futuro che gli appartenga e ridono scambiandosi battute e giochi sciocchi dentro le birrerie. Ragazzi come tanti ce ne erano allora e tanti ce ne sono oggi. In nulla diversi all’apparenza.
Sono stati ragazzi come loro, insieme ad altri uomini come tanti – contadini, operai, artigiani, impiegati – e donne come tante – madri, mogli, sorelle, operaie, impiegate – a denunciare, sequestrare, deportare, picchiare, uccidere. Ad accompagnare nelle camere a gas, bruciare corpi nei forni, rubare l’oro dalle bocche e oggetti di valore dalle spoglie.
A tenere segregati e lasciar morire di fame e malattia.
Sono stati loro gli aguzzini, i senza cuore, i senza anima.
Non sono un simbolo, un nome o uno slogan a far paura.
Sono gli uomini, quelli normali almeno in apparenza, a farne molta di più.
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Ci sono canzoni che riescono a far sembrare belli anche ricordi brutti.
Ricordi di momenti che, mentre li vivevi, ti eran sembrati belli e oggi sai che belli non lo erano per nulla. Proprio per nulla.
E, in fondo, neppure quelle canzoni ti sono mai davvero piaciute. Non ti piacevano allora e non ti piacciono oggi.
Eppure basta versare nello shaker una brutta canzone e un brutto ricordo, mescolare con attenzione, versare in un tumbler basso con pochi cubetti di ghiaccio, decorare con una ciliegia e sorseggiare lentamente.
Il sapore sembra buono. Basta non cercare di capire quali siano gli ingredienti.
O scoprirai l’inganno.
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Ci sono sapori da assaporare; ce ne sono sempre di nuovi e sconosciuti.
Quando non sembra il momento e quello che vedi intorno a te sembra dirti smetti di assaporare e ricorda l’amaro dei momenti tristi, tu assaggia sapori nuovi e riassapora sapori vecchi che hai dimenticato.
Apri i cassetti che hai tenuti ben chiusi, quelli che ti fan star male a guardarci dentro, mentre porti alla bocca un calice con il tuo vino migliore.
Pensa i tuoi pensieri più tristi mentre ascolti quella musica che è tua più di qualunque altra. Leggi i tuoi diari guardando le foto dei ricordi più belli.
Ripensa a tutte quelle persone che ti hanno fatto star male stringendo forte tra le labbra una ciliegia dolce.
E guarda le paure più grandi che hai mentre porti alla bocca con le dita il cibo che più ti piace.
Ci saranno sempre nuovi sapori da assaporare, vecchi sapori da ricordare.
E tanto amaro da dimenticare.
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Domani parto. No, ho deciso, domani parto e non torno più.
Come dov’è che vai? Ma che domanda è dov’è che vai?
Vado, vado via. Via mi pare già un indicazione chiara e completa.
Si, lo so che via non è una città, un nazione e neppure un continente.
Va bene, lo ammetto, via è un po’ vago, contenti?
Eppure io vado via e non insistete, non resto.
Ah, non insistete? Meglio, ecco.
Perché ho proprio voglia, anzi bisogno, di andare via e non tornare più.
E no, non mi mancherete; nessuno di voi mi mancherà.
Sarò lì, nel posto in cui andrò e penserò ai fatti miei, al colore del cielo, persino alla forma dei sassi ma a voi non penserò mai. Mai.
E quando sarò lì, via insomma, mi troverò un lavoro bello, di quei lavori che li guardi e dici: “beeelloooo, lo voglio fare anche io!”
Di quelli che la mattina sei contento di alzarti e andare a lavorare e che quando torni a casa non sei neppure stanco, anzi ti manca già quel lavoro bello che fai tutto il giorno.
No, non lo so che lavoro sarà, so solo che è un lavoro bello. E se un lavoro è bello lo vedi subito, che bisogno c’è che ora stia qui a spiegarvi che lavoro è.
E con quello che guadagnerò facendo quel lavoro bello mi compererò una casa, né troppo piccola, né troppo grande. Con un giardino ricoperto di erba verde, una camera da letto, un bagno, una cucina, un soggiorno, una cantina e no, nessuna stanza per gli ospiti, che io di ospiti non ne voglio. Sareste capaci di venire a cercarmi e piazzarvi in casa mia per settimane.
E comunque ora vi saluto e vado, ché devo andare a preparare le valige. No, non so ancora cosa ci metterò dentro; un po’ di tutto credo, ma non troppo. Non voglio viaggiare con valige pesanti. I biglietti, quelli, li farò poi, direttamente in stazione o in aeroporto, vedremo.
Solo, adesso che ci penso, non sono andato in banca a ritirare i soldi che mi serviranno per il viaggio; i biglietti, il mangiare, libri e riviste, quelle robe lì. Certo, potrei usare il bancomat, ma chissà se ne troverò andando via.
E anche le valige. Ne ho solo una, non so se sarà sufficiente a tener dentro tutto.
Dite che dovrei rinviare? Si, forse avete ragione. Resto ancora un po’ a farvi compagnia. Del resto quando sarò andato via non vi rivedrò più, tanto vale approfittare ora. Prendo una birra anch’io, la solita, si.
Domani sera? Si, certo possiamo vederci qui. Domani farò i giri che devo e poi ci si vede qui, come al solito.
Ma dopodomani parto. Dopodomani parto e non torno più.
Dopodomani vado via.
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Ha un prezzo.
La libertà di muoversi senza programmare, di parlare con chi vuoi quando vuoi e stare in silenzio per ore o giorni interi quando è quello tutto ciò che desideri.
Di sorridere a chi incontri per strada o passare accanto a persone che conosci da anni senza alzare la testa e tirar dritto; di ammirare senza che nessuno possa sentirsi sminuito e detestare senza che nessuno sia in diritto di sentirsi offeso.
La libertà di decidere ora e subito e partire o di rinviare all’infinito; di alzarsi in piena notte, mettere le scarpe senza i calzini e uscire a far prendere aria ai propri pensieri sotto vento freddo e stelle e quella di restare immobile a letto per giorni interi.
Di avere gusti e piaceri non condivisi e di non condividerne altri; di farsi accompagnare dalle stesse canzoni per giorni e riguardare per cinque volte di fila lo stesso film.
La libertà di serrare ogni finestra, spegnere ogni luce e iniziare a sognare, viaggiando lontano; di ridere per cose che non fanno ridere nessun altro e soffrire dolori che nessuno potrebbe capire.
Un prezzo che vale la pena pagare. Quasi sempre.
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Lo trovate qui.
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A volte sforzarsi per tenere le cose in ordine è semplicemente inutile.
Soprattutto se hai passato l’intera vita a incasinarle e ti è sempre piaciuto vivere nel disordine.
A volte, quando ti pare di aver messo tutto in ordine, non ti piace più com’è e senti il bisogno, il diritto, di spostare qualcosa qui e qualcos’altro là.
Perché assomigli di più a quello che sei, al modo in cui hai sempre visto le cose intorno a te.
Perché per te il disordine è meglio dell’ordine. Ti fa sentire più vivo; ti obbliga a pensare di più, prestare più attenzione, avere migliore memoria. A tenere traccia dei tuoi ragionamenti, dei tuoi spostamenti.
Ti fa spendere più energie, il disordine. E piuttosto che impiegarle nel cercare di tenere tutto al proprio posto devi ricordare dove hai messo le tue cose, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi ricordi.
Ogni tanto ritrovi pezzi della tua vita nascosti sotto un divano, nel cassetto in cui tieni le posate, dietro una porta. E ti sorprendi. Di quello che hai fatto, visto, pensato, provato.
Sorridendo ti domandi se eri tu, proprio tu, quello che ha visto, pensato e provato quelle cose; se sono davvero tuoi quei ricordi e non di qualcun altro che li ha dimenticati li, per errore.
Hai dimenticato e perso tante cose lungo il tuo cammino eppure, a volte, qualcuna, la ritrovi per caso. Ammaccata, sporca, logora. E ti piace l’idea, come un viaggiatore solitario con il sacco a pelo sulle spalle, di esserci già stato in questo posto, di averlo visto e averci lasciato qualcosa di tuo. Qualcosa di cui, forse, non importa a nessuno; nessuno se ne ricorda più o vuole ricordarsene.
Ma a te si, a te importa.
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