Il fumo fa male, il fumo uccide, il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno e via andando.
Vero, tutto vero.
Eppure io fumo; non solo io, ovviamente, ma magari ognuno fuma per motivazioni tutte sue, quindi parlo per me.
Il fumo è una dipendenza, tanto quanto potrebbe esserla quella per l’alcool o le droghe.
E come l’abuso di alcool e droga fa male; il fumo fa male.
Ma no, non smetto lo stesso.
Perché? Imbecillità? Forse.
Ma sul serio credete che chi fumi non sappia che potrà star male a causa di quel vizio?
Credete non sappia, bene quanto voi, che, ad esempio, una dieta bilanciata, l’evitare di far tardi di sera facendosi mancare le indispensabili ore di sonno o diventare vegetariani sarebbero scelte di vita intelligenti e che porterebbero enorme beneficio a noi stessi e agli altri?
O che, come voi, non sappia che andare di più a piedi o servirsi dei mezzi pubblici anziché usare l’auto, spegnere sempre le luci, allacciare sempre le cinture, fare una perfetta raccolta differenziata, scegliere sempre e solo prodotti biologici, evitare i prodotti di grandi industrie che inquinano molto, fare a meno di oggetti superflui che hanno un grave impatto sul nostro ecosistema sarebbe una dimostrazione di intelligenza, consapevolezza e coerenza?
Eppure continuiamo a prendere la macchina per andare in centro anziché usare i servizi pubblici, mangiar carne (almeno in maggioranza), comperare oggetti e alimenti senza premiare davvero chi si impegna per la nostra salute e riempire le nostre case di aggeggi e suppellettili oggettivamente non indispensabili senza riguardo per il loro costo in termini ambientali.
Stupido, non trovate?
Già.
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Quando qualcosa non mi piace della mia vita e non riesco a non pensarci e a distrarmi, tolgo gli occhiali, sciolgo i capelli e lascio che mi coprano il viso creando una cortina tra me e tutto quanto c’è oltre.
A quel punto apro gli occhi: tutto è appena intuibile, forme vaghe, oggetti indistinti e indistinguibili.
Al riparo da quello che è vero, che non posso scacciare, assaporo la sensazione dei capelli sul viso e la vista di un mondo strano.
Cerco di dare un nome nuovo a quello che vedo, un nome diverso. E immagino di vivere la mia vita da quel momento in poi in un mondo ovattato e da scoprire come quello che vedo ora. Un mondo in cui le cose siano diverse, capovolte, sfumate, delicate. In cui non siano sempre e solo quello che sembrano ma a ognuna si possa dare una interpretazione nuova, anche due o tre senza che nessuna sia in contrasto con l’altra.
Penso che un mondo così esista di sicuro da qualche parte, devo solo continuare a cercarlo, e quando sistemo i capelli e rimetto gli occhiali mi sento meglio.
Perché a volte è indispensabile reimparare a sognare.
Quando certi pensieri, certi pesi che gravano pesanti sulle spalle e sul petto ti fanno dimenticare come si faccia.
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Sarà che ci sono giorni in cui fai caso solo a certe cose, a certe parole (come quando rimani incinta e cominci a vedere il mondo invaso di carrozzine e ti domandi dove si fossero nascoste prima), ma in questi giorni un sacco di persone mi dicono la stessa cosa: mi sento inutile.
Che poi a volte significa solo “mi sento impotente”, altre volte invece vuol dire davvero che ci si sente come se, sparendo domani dalla faccia della terra, nessuno ci farebbe più caso dopo la prima settimana di piantino.
Per questo io ogni tanto – come oggi – ripenso al mio amico Diego (ciao, stellina!), che un anno e qualche mese fa ha deciso che insomma, anche basta, e si è messo a correre incontro ad un treno della metro. Eri un atleta, Dié, il migliore tra noi, ma quello aveva il muso troppo duro, anche per un testone come te.
Non eri inutile, Diego. Cazzo. E mi manchi, ancora. E io ci continuo ad andare, sulla tua pagina di faccialibro, e ti lascio i messaggi in bacheca e ti racconto le cose belle che mi succedono, che lo so che li leggono i tuoi e son contenti perché vedono quanto sei riuscito a farti voler bene dagli amici. (E niente, tutte le volte son due lacrimoni gonfi gonfi che rotolano giù).
Ecco, io lo so che uno si fa prendere dal senso di colpa, in questi casi, e dal delirio di onnipotenza (come se l’aver telefonato una volta di più o scritto una mail di più avesse potuto dare un senso ad una vita ritenuta inutile), però penso anche che quelli che non ci sono più han fatto la loro scelta, ma quelli che ci sono, sono ancora qui. E hanno orecchie e hanno occhi e braccia.
E io vi ascolto più che posso, vi osservo e vi abbraccio. Per quanto mi è possibile. Per quello che non so fare, perdonatemi.
Questo post è stato scritto sul Tumblr Poche idee, ma confuse.
E un Tumblr, per sua natura, tende a seppellire nel suo scorrere tutto quello che contiene.
Non volevo che delle parole tanto belle potessero perdersi, disperdersi e mescolarsi sino a sparire tra mille altre parole. Allora ho convinto Batchiara a pubblicarlo qui.
E sono contento abbia accettato.
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Non è che non ci pensi mai. Ogni tanto delle domande te le fai anche. Domande semplici, basilari, tipo: ma che cazzo sto facendo? oppure: e adesso che accidenti vuole quel tizio nello specchio?
Ma tanto non se ne viene a capo di nulla e lasci perdere, anche perché al tizio nello specchio gli vuoi persino bene, povero cristo. Inutile farlo arrovellare per niente.
Perché le illuminazioni, quei lampi di luce che fan si che tu ti renda conto di cose che sono state per mesi o anni misteri, sono stronze.
Hai sempre immaginato che, come nei telefilm, bastasse mettersi seduti carini sul divano, immersi nella penombra, note di Paolo Conte nell’aria, il tuo Islay preferito nel bicchiere, la sigaretta appoggiata al posacenere mentre fuori fa freddo e tu hai addosso dei pantaloni caldi di lana e il maglioncino di cashmere da fighetto, l’aria concentrata, lo sguardo appassionato ed eccola lì, l’illuminazione.
E no. Non funziona così, cari sceneggiatori coglioni e americani.
Capita invece che sei a letto, non riesci a prendere sonno e ti accorgi stranamente di avere fame. Probabilmente perché da un po’ di tempo hai iniziato a dimenticarti di pranzare e di cenare.
Con l’affabilità di un bisonte incazzato ti alzi e inizi a scavare nella dispensa, in cucina fino a che non trovi quello che cercavi, o qualcosa che gli si avvicini il più possibile. Rimesti quel po’ di roba variamente colorata che hai trovato e mangi velocemente, perché sono le 3 di notte e tra poche ore dovrai essere di nuovo in piedi; ancora più incazzato, presumibilmente.
E così, dicevamo, sono le tre di notte, hai una scodella in una mano, una forchetta nell’altra e mangi, in piedi, con il culo appoggiato al metallo freddo del lavello e fissi, con lo sguardo sveglio tipico del lemure narcolettico, il vuoto. O meglio, il buio. Un cazzo insomma.
E non pensi. Voi direte: è impossibile non pensare. Ma io vi rispondo che è possibilissimo se sono le tre di notte, sei in piedi in mutande, hai una scodella di plastica blu in una mano, una forchetta di acciaio nell’altra e il culo appoggiato al freddo metallico di un lavello. Ché se anche un solo pensiero attraversasse la tua mente in quel momento ti direbbe: sposta quel culo da lì, imbecille visto che è febbraio e fa un freddo maiale.
La verità è che neppure sai cos’è che stai mangiando. Lo hai preparato – malamente mescolato insieme a dire il vero – ma se ti chiedessero a sorpresa cosa c’è lì dentro, puoi scommetterci quel che vuoi, non lo sapresti dire: non sono preparato e poi questa settimana toccava a quello stronzo di Fillipini essere interrogato.
Figurarsi, quindi, se in quel momento ti stai domandando delle cose, interrogandoti sui grandi misteri della vita, della tua esistenza e del riscaldamento globale che vorrei tanto parlarci visto il freddo suino che fa.
Eppure è in momenti come quelli, cari stronzissimi sceneggiatori hollywoodiani, che arrivano le illuminazioni: quelle folgorazioni capaci di svelare misteri che per mesi o anni ti hanno lasciato sgomento.
Perché le illuminazioni, come la vita del resto, sono stronze. Amano trovarti, e lasciarti, in mutande.
Nota: curiosi di sapere quale sia stata l’illuminazione? Con buona pace di Douglas Adams, è 41.
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Qualunque cosa raccontino, i libri ti cambiano. Non si limitano a cambiare la tua vita: cambiano te, il tuo modo di interpretare, di conoscere, di sapere.
Non ho mai amato i libri che spiegano la vita; amo quelli che ne mostrano un pezzetto e lasciano che sia tu a trarre la morale, se una morale c’è.
Ho amato libri diversi tra loro, libri come Cent’anni di solitudine, capace di insegnarmi che non tutto è in quel che puoi vedere e toccare, a guardare oltre, più in la che posso; a cercare il bello anche nel fango e in quello che non comprendo e mi sembra incredibile. O libri come Il nudo e il morto che raccontano quanto possa essere dura, cruda e materialista l’esistenza. Quanta poca poesia possa essere nel vivere.
Libri che ti lasciano capire, senza spiegarti mai. Senza darti nessuna verità pronta da mangiare. Libri in cui le facce sono quelle cha hai scelto tu e il verde è verde come tu immagini il verde, e nessun altro.
Libri in cui qualcuno si annienta per te, lasciando che sia tu a decidere se affrontare gli stessi percorsi. Libri in cui i tormenti sono i tuoi tormenti e altri in cui non ti riconoscerai mai. Ma con cui imparare a rispettare quanto ora non puoi capire. E forse mai.
Libri che permettono di visitare posti che non vedrò mai, in epoche che non ho vissuto e luoghi che non esistono più.
Porto i segni di ogni libro che ho letto come piccole cicatrici, ornamenti del tempo che passa e della vita vissuta. Alcune quasi impercettibili, altre profonde e incancellabili.
Così tanto in poca carta, inchiostro e molte parole.
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Esiste un momento in cui si è troppo svegli per essere addormentati e troppo addormentati per essere svegli.
È una linea fragile e sottile che dura pochi istanti o minuti e che un qualsiasi rumore improvviso o il ricadere in un sonno più profondo possono spezzare.
In quei momenti tutto ciò che è vero diventa falso; tutto quello che è falso diventa incredibilmente vero.
Sei chi non sei mai stato, certo di esserlo; puoi amare profondamente come forse mai è capitato da sveglio.
Tutto è pieno di dettagli chiari, indiscutibili; non appannati, confusi e irreali come nei nostri sogni più profondi. Momenti in cui i pensieri vigili inquinano i deliri notturni e la realtà vigile viene alterata dalla follia dei sogni.
In quei momenti noi siamo noi e quelli che ci circondano hanno visi e nomi e corpi corrispondenti alla realtà. Tutto il resto è differente. A volte migliore, a volte peggiore.
Quando qualcosa spezza quella linea, ed esco traumaticamente da quel mondo tutto mio, a lungo resto in uno stato di depersonalizzazione. Nel dubbio su cosa sia vero, cosa sia falso; cosa sia davvero successo e cosa no. Se certe cose le abbia davvero dette o no, se il corso della mia esistenza abbia davvero subito il mutamento che ho appena vissuto oppure no.
Vorrei tenermi stretto a quei momenti e continuare a vivere su quella linea fragile e sottile. Anche solo per sapere come sarebbe andata a finire la mia vita, scoprire se le scelte fatte, le cose dette, le cose ascoltate avrebbero davvero potuto cambiare tutto. Non svegliarmi per un po’ e guardare come in un film la mia vita scorrere.
Sorridendo, soffrendo e comprendendo ciò che da sveglio, troppo spesso, non riesco a capire.
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Non so dove sarò domani. Ne ho solo un’idea vaga.
Il dopodomani, poi, è già un tempo lunghissimo; fare previsioni è un azzardo per bravi giocatori di poker. Ed io sono un pessimo baro.
Una settimana, un mese o un anno son questioni che ho smesso da tanto anche solo di far supposizioni.
In certi momenti penso di sapere dove vorrei essere e poi penso che forse non è vero. Perché magari, quando in un posto ci sei, non lo sai mica se ci vorrai restare. Potrebbe essere diverso da come lo immagini e finisce per mancarti qualcos’altro.
E allora nulla: immagini, pensi, ma sai di non sapere.
E tutto questo non sapere nulla ti lascia sospeso; cammini in equilibrio su di un filo sottile come seta, così sottile che neppure lo vedi sotto i piedi. Sai che c’è perché sei lì e non disteso sul fondo, un fondo che prima o poi sarai costretto ad abbracciare, ma magari non proprio ora, più in là.
Eppure, vigliacco, non smetti lo stesso di immaginare. È più forte di te. Sai che è un esercizio inutile, fine a se stesso, privo di ogni concretezza, di ogni razionalità – ché sin da piccolo ti han insegnato che la razionalità è importante e tu ti senti in dovere, perché te lo han spiegato per bene quanto lo sia.
E mentre lo ripeti a te stesso come un mantra, immagini, sogni, ti proietti lontano, in altri momenti – probabilmente in dimensioni parallele in cui tu sei tu e tutto il resto è diverso. È come lo vorresti: le persone sono come vorresti che fossero, i luoghi come hai sempre pensato dovessero essere. E la razionalità non fa mai a pugni con desideri, sogni, speranze o emozioni.
A volte ti avventuri talmente lontano da perderti: come sotto l’effetto di uno stupefacente, confondi il tutto e ci son momenti in cui sei persino felice; felice di nulla, felice di un sogno, di un’idea, di una fantasia. Pensi che chissà, magari potrebbero persino succedere e guardi avanti con un sorriso. Il sorriso meno razionale che sia mai stato disegnato sulle labbra di un uomo, ma pur sempre un sorriso. Un sorriso di quelli che fanno storcere la bocca ai saggi; ma tu lo sai già che saggio non lo sei mai stato e difficilmente lo diventerai, e continui a sorridere lo stesso.
Poi, dopo un poco, l’effetto svanisce. Senti di nuovo sotto i piedi la pressione di quel filo sottile come seta e guardi giù, verso il fondo. Da tempo quel fondo non ti fa più neppure paura: è lì da sempre, c’è sempre stato e quasi certamente resterà lì per tutto il tempo in cui riuscirai a restare in equilibrio. Quando non riuscirai più, smetterà di avere alcuna importanza.
E allora nulla, ripensi a tutto questo non sapere, a questo restare sospesi, a questi sorrisi sciocchi e capisci che non ti importa nulla.
Tieni per te immaginazione, fantasia, sogni, desideri, qualcuno che ti aspetta da qualche parte, un luogo pronto ad accoglierti e dei capelli da accarezzare.
Perché in fondo di diventare saggio e razionale non ti è mai davvero importato.
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Lo so che ti sembra strano e che a volte ti pare di non riconoscermi, ma credimi.
Le cose cambiano e a volte cambiano anche queste qui.
Sembravano indispensabili e ti accorgi che potrebbero non esserlo. Le cercavi quasi con ansia, pilotandole verso la direzione che desideravi.
Poi capisci che puoi anche lasciare che ti passino affianco; ti sfiorino senza che tu muova un solo muscolo. Lasci che facciano il loro percorso e rimbalzino seguendo le pieghe del caso.
Ci sono cose che son sempre state troppo complicate, difficili da gestire, piene di migliaia di variabili che ti facevano impazzire mentre tentavi di capirle, interpretarle e prevederle.
Certo, non sono diventate per nulla più semplici: sono ancora piene di variabili che sfrecciano come schegge impazzite e sfuggono alla tua comprensione. Smetti solo di volerle capire ad ogni costo.
E non guardarmi così. Non sono impazzito; sono sempre io.
Ho solo smesso di usare l’ombrello, di deviare il flusso dell’acqua, di incanalarlo.
La lascio scorrere sui miei capelli, lungo il mio collo, sulle spalle e le braccia.
In fondo è solo acqua.
E si, va bene così.
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