Vorrei esser bravo con le parole, così bravo da saperti dire tutto usandone solo dieci, undici al massimo.
Perché quando parlo molto e ne metto in fila troppe, ho tempo per pensare, riflettere, spaventarmi.
E allora devio, soppeso, taccio.
Se fossi bravo con le parole e riuscissi a dirti tutto usandone dieci, undici al massimo, te le direi in fretta, trattenendo il respiro.
Se fossi bravo con le parole non avrei il tempo per deviare, soppesare, tacere. Te le direi e basta tutte e dieci, undici al massimo, senza pensare.
Con la fretta di chi non può aspettare, l’urgenza di chi sta per partire per un lungo viaggio e non vorrebbe andare.
Vorrei esser bravo con le parole, così bravo da saperti dire tutto usandone solo dieci, undici al massimo.
E tu le ricorderesti tutte, una per una, quelle dieci parole, undici al massimo.
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Ho spesso l’impressione di vivere per abitudine. Poi ci penso e trovo un sacco di buoni motivi per farlo.
Penso che comunque domani sarà meglio, certi pesi che oggi sento gravare sulle spalle si alleggeriranno e che, in ogni caso, vale la pena di scoprire come andrà a finire.
Però lo so che per ogni peso che riuscirò a far scomparire o anche solo attutire ce ne saranno altri pronti a prenderne il posto; senza cerimonie e invito.
Penso che c’è chi ha bisogno di me, del fatto che ci sia o semplicemente esista. Ma che anche senza di me andrà comunque avanti per la propria strada, dimenticandosi o ricordandosi di me con nostalgia quando capiterà di ripensare al passato.
Ci penso e mi rendo conto di essere solo pessimista, di essermi lasciato travolgere da una giornata particolarmente brutta, che la vita è questa ed è fatta così per tutti, di non essermi mai arreso prima di fronte a nulla e iniziare a farlo oggi sarebbe quantomeno intempestivo.
Che le cose veramente importanti per cui vivere sono tante, troppe per ignorarle tout court e non aver voglia di scoprirle una per una ed assaporarne il gusto dolce.
So di aver ragione quando penso tutto questo.
Eppure mi resta sempre in bocca l’amaro gusto dell’essermela raccontata ancora una volta.
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A volte sbaglio le parole perché ho dimenticato quelle giuste.
Le parole giuste sfuggono sempre; a braccetto con le buone idee.
Lasciano dietro di se solo una vaga idea di se stesse, una falsa copia.
E non sono più la stessa cosa: quel che lasciano dietro di se è tanto povero e gretto quanto complete e affascinanti erano quelle dimenticate.
Inseguirle è del tutto inutile. Le parole giuste non tornano mai indietro, come certi sogni o buone occasioni.
E allora resto in silenzio ad aspettare che arrivino altre parole giuste.
Per poi poter dimenticare anche quelle.
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Può capitare che una mattina ti svegli fresco e riposato, fuori ci sia il sole, la primavera è oramai sbocciata, quando sali sullo scooter per andare a lavorare ti senti bene e in pace con il mondo e non pensi a nient’altro.
Può capitare, però, che in quello stesso giorno tu veda tua madre piangere; piangere per i difficili rapporti con la sua famiglia, suo padre, sua sorella, suo fratello, intristita dalla consapevolezza di non averla mai avuta una famiglia vera.
E allora fermi per un attimo il mondo, ci ragioni su e capisci quanto sei stato fortunato: perché se è vero che non hai ereditato la sua e l’hai tenuta sapientemente distante da te e dalla tua vita quanto più possibile, hai una tua famiglia che con tutti i suoi difetti, le sue difficoltà, le sue e le tue disattenzioni ha sempre sorriso con te, sofferto con te, si è sempre preoccupata con te, pure quando, a volte, ti è parsa invadere i tuoi spazi.
Perché hai intensamente amato il padre di tuo padre che non c’è più, quello che ti ha insegnato l’onore, la solidità e a distaccarti dalle cose che possono farti male nella vita senza mai perdere il contatto con quello che sei e vorresti diventare.
Ami tuo fratello, che c’è sempre e si preoccupa di te e dei tuoi problemi e che tu, nonostante lui sia oramai un uomo, non puoi non cercare di proteggere come facevi quando era solo un ragazzino.
Perché hai dei genitori per i quali un tuo problema, anche piccolo piccolo, viene prima di qualsiasi altra cosa, e anche se sei un uomo grande e grosso darebbero via ogni cosa abbiano per poterti essere d’aiuto, facendo i conti con il tuo orgoglio, la tua indipendenza e il tuo brutto carattere inghiottendo bocconi amari senza mai rinfacciartelo. Perché non c’è mai invidia o ipocrisia.
Perché ho una figlia che mi ama incondizionatamente senza che, spesso, lo meriti o ne comprenda il motivo.
Troppe volte, il vivere quotidianamente mi fa dimenticare quanto sia fortunato. Di quanto poco abbia da lamentarmi e quanto siano sciocche le piccole inevitabili tensioni che si creano di tanto in tanto.
Ed è questa la mia famiglia: null’altro e nient’altro. Gli altri rimangano pure fuori dalla porta.
Perché i rapporti di parentela non sono nulla.
Certi sentimenti bisogna saperseli guadagnare.
E costa fatica.
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Eri davvero bella. A volte ho pensato che fosse il tanto tempo passato a lasciarmi il ricordo di te così bella.
Ma oggi ti ho rivista, in una foto di allora. Una foto non mia, perché di tue non ne ho mai avute, in cui sorridevi ed eri bella e piena di sole.
Oggi ho incontrato tuo fratello; quella foto l’aveva con se, nel suo portafoglio. Mi ha chiesto “te la ricordi?” e sembrava avere gli occhi lucidi mentre me la mostrava. Ma si, io di te mi ricordo.
E ti ricordo proprio così: bella, sorridente e piena di sole.
Sono passati così tanti anni e vorrei averti potuta rivedere ancora una volta; sbirciarti di nascosto mentre passeggi con le tue amiche, come la prima volta che ti ho vista. Fingere come allora di essere preso da tutt’altro e aspettare il momento in cui ti volti e mi sorridi. Mi accontenterei di quello.
Ho restituito la foto a tuo fratello, dopo averla guardata a lungo. Poi non siamo stati più capaci di dirci altro.
Con un sorriso triste ci siamo salutati; ognuno per la propria strada.
Una strada sulla quale non potremo incontrarti più.
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Da ragazzo di pomeriggi primaverili in spiaggia ne ho trascorsi tanti. Da marzo in poi, il telo da mare era parte integrante del corredo scolastico: libro di storia, antologia d’italiano, libro di matematica poco usato come nuovo, diario e telo.
Perché non si sapeva mai quale potesse essere il giorno giusto per mollare tutto e dedicarsi alle cose importanti. Spesso si era in gruppo, si faceva tanta confusione e seppur cercando un posto riparato alla vista – nascosti da uno stabilimento balneare, dalle barche o dalle cabine – inevitabilmente si incontravano persone che al vederci avevano due tipi di reazioni possibili: lo sguardo schifato, pensando a quei giovinastri che invece di andare a scuola erano lì a far nulla, eh se i genitori sapessero, eh se fossero figli miei vedresti, altro che star qui a fare gli idioti. Oppure lo sguardo nostalgico e complice di chi vedeva in noi il se stesso di tanti anni prima e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per rivivere quella spensieratezza spezzata da problemi enormi e insormontabili quanto semplici a dimenticarsi.
Oggi, mentre me ne stavo sdraiato al sole – di lunedì pomeriggio e in un orario in cui si suppone si sia al lavoro e non distesi su una spiaggia – con la testa come allora appoggiata a uno zainetto, un po’ mi son sentito riportare indietro nel tempo: felice di essere lì ma con quel vago e affascinante senso di inquietudine nel sapere di dover essere altrove.
A differenza di allora, però, non c’erano gli amici rumorosi, un pallone sbucato da chissà dove, un mazzo di carte o la fidanzatina del mese.
E solo ora mi viene da domandarmi cosa abbiano pensato le persone che passeggiando mi son passate davanti.
Chi lo sa.
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A volte è stancante pensare di dover scrivere sempre e solo qualcosa che abbia un senso, un significato profondo, cose da segnarsi nella memoria e di cui ricordarsi alla bisogna, concetti poco chiari ma che sottendono a chissà quali esoterici concetti. Robe che riguardino sentimenti più o meno nobili; quasi ne esistano di nobili e plebei: se li provi sono tuoi e devi viverci accanto sempre e comunque.
Per oggi vi dico solo che ho appena finito di sbrigare il lavoro più urgente e me ne vado a casa. Prendo un telo, compero dei fumetti in edicola e mi piazzo al sole in spiaggia ché ho bisogno di sole, di primavera e di lessarmi il cervello sino alle estreme conseguenze.
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Se hai tanti, troppi amici ammogliati, conviventi o fidanzati dal paleolitico e tu sei single, capita che questi, a turno si convincano sia loro dovere cercare di presentarti una loro amica, una che con te condivide unicamente lo status di single.
E siccome ti conoscono, anche se mai abbastanza bene evidentemente, organizzano tutto a tradimento, ben sapendo che altrimenti l’eco dei tuoi “smetti di drogarti con della robaccia, coglione” si spegnerebbe nel loro cervello solo a distanza di mesi.
Così, di fronte al ristorante prescelto, ti trovi davanti al fatto compiuto.
E che non sia una casualità lo capisci dallo sguardo tirato dell’amico che ti ha appena giocato lo scherzo (spinto presumibilmente da ottime motivazioni: mica può sopportare il fatto ci sia gente della sua età, addirittura amici, che non si lamentino con lui dei casini che hanno con la propria donna e no, non ce la fa, non ci arriva, non può credere ai tuoi va tutto benissimo, a posto e in ordine) e dal’inevitabile, quanto ridicolo, balletto al tavolo al momento di sedersi, necessario a far si che capiti del tutto casualmente di fianco o di fronte alla vittima sacrificale della serata.
Sicuramente la povera donna di suo non avrebbe neppure colpe particolari; è persino carina e ha il pollice opponibile. Non fosse per un piccolo dettaglio: lei sapeva che la serata sarebbe stata improntata allo spirito cristiano del non abbandiamo un single al suo triste destino e tu no. E tanto basta.
Così metti a tavola il peggio di te conferendo alla parola stronzo nuovi e insospettabili significati: flirti con la cameriera, la interrompi di continuo mentre parla, scusa come dicevi? non stavo ascoltando, ti sei sporcata mentre mangiavi, che lavoro hai detto di fare? uh, che roba noiosa dev’essere.
Nel frattempo guardi la faccia del tuo amico: tiratissima. Perché sa che oltre alla figuraccia che sta rimediando, pagherà inesorabilmente per quello scherzo; lo capisce perché ti conosce e perché gli elargisci sorrisi rassicuranti che neppure Jack Nicholson in Shining.
Pensi anche che la moglie del tuo amico sarà incazzatissima con te per come ti stai comportando. Ma pure con suo marito, e questa sarà la parte più divertente.
Invece no: ti accorgi che mentre propini al pubblico non pagante il tuo show lei trattiene a stento le risa e, quando si alza per andare in bagno, giureresti stia cercando di trattenere a forza le lacrime. Ché le donne, altro che solidarietà: son cattive dentro.
Quando, finita la cena, arriva il momento dei saluti è un sollievo per tutti. Per lei, che evidentemente interdetta si guarda intorno sospettosa alla ricerca di una telecamera nascosta, e per il tuo amico che vuole evitare a ogni costo d’essere preso da parte non essendosi ancora preparato una difesa degna di tal nome.
Tu vai via e decidi di fare una deviazione per fermarti nel locale del tuo amico, quello che quando ti vede entrare tira fuori la bottiglia che sa dallo scomparto sotto il bancone e ne versa uno per te e uno per se prima ancora di salutarti. Quello che se sei seduto sullo sgabello del banco mentre serve il via vai di clienti e ti vede ridere da solo, non fa domande.
Ride anche lui.
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Ci ho pensato su, e no; mi son accorto che se chiudessi qui aprirei un altro blog che avrebbe il solo vantaggio di essere anonimo e slegato da chi sono.
E allora no. Per il momento si va avanti qui.
Ché poi vale la regola classica: se ti finisce qualcosa in casa, tipo che so il parmigiano, ti vien voglia di mangiare qualcosa, qualsiasi cosa, che preveda il parmigiano tra i suoi ingredienti.
Ecco, per lo stesso motivo, a me in questi giorni venivano in mente a raffica robe da scrivere e di cui ovviamente non ricorderò nulla neppure sotto siero della verità, ma tant’è.
Si torna al solito procedere. Scriverò le solite cazzate, alcune che mi riguardano, altre che con me non hanno nulla in comune se non la fantasia.
Ché io spesso non sono neppure d’accordo con quel che scrivo.
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E’ quello che ho con me stesso.
Un indispensabile accordo tra un tizio antipatico, irremovibile e riflessivo che vuol tutto ponderato, analizzato e certo e l’altro, un tizio, tendenzialmente più stronzo del primo, che si fa frullare per la mente idee alla rinfusa e ama compiere gesti irrazionali, stupidi, umorali; che non cerca mai ordine, tranquillità, pace o convenienza.
L’accordo è piuttosto semplice e neppure troppo intelligente; eppure funziona da sempre e in assenza di migliore soluzione praticabile sarebbe insensato cambiare strategia.
L’accordo è questo: il tizio riflessivo impedisce costantemente a quello irrazionale di prendere decisioni non ponderate, incazzandosi come una biscia ogni volta che quello gli fa lo scherzo di decidere d’impulso e in autonomia senza consultarlo.
Il tizio riflessivo, da parte sua, mastica amaro tutti i giorni dell’anno, festivi inclusi, ma rispetta il patto; magari non sempre, ma fondamentalmente si.
Eppure l’accordo non è una sua resa totale. Infatti lo stesso accordo prevede che quando un’idea, per quanto assurda, irrazionale o folle possa apparire non sparisce dopo molti giorni dalla mente del tizio irrazionale, nonostante ci abbia dormito su, abbia avuto il tempo di digerirla, sbollire rabbia, attutire sentimenti e filtrare pensieri, beh, allora, a quel punto è il tizio riflessivo a dover cedere.
Diventa legge.
Ed è così che un’idea, che potrebbe apparire irrazionale se non addirittura stupida, diventa la mia vita.
E proprio per questo raggiunto e tacito accordo che per un po’ mi prenderò una pausa di riflessione. Una pausa di riflessione come quella che prendono le coppie in crisi, anticamera, solitamente, di un definitivo addio e ognuno per la propria strada.
Eppure non è detto, non è mai detto. Potrebbe durare solo qualche giorno, qualche settimana, qualche mese, per sempre; impossibile saperlo.
Una pausa di riflessione e di distacco da questo Novecento che ha abitato la mia vita come una delle personalità multiple di una mente disturbata e che a volte mi assomiglia molto, sino al punto di confondermici ma che sempre più spesso non sono neppure sicuro di conoscere, capire cosa dica, cosa pensi, cosa voglia da me e dal resto del mondo. Sempre più spesso un nascondiglio.
Una pausa di riflessione per capire se è ancora amore. Se c’è spazio per ritrovarsi di nuovo insieme, a ridere, scherzare, bere una birra con il sorriso sulle labbra. Oppure no; se è arrivato il momento di separare le proprie strade e percorrerne di nuove o ripercorrerne di vecchie.
Solo il tempo potrà dirlo. Qualche giorno, qualche settimana, qualche mese, per il resto della vita. E se così fosse, ci si vedrà lì fuori, prima o poi.
Magari senza neppure sapere chi siamo ma, in fondo, che importa?
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Sorridevi, di un bel sorriso; anche io sorridevo. Facevi boccacce all’obiettivo.
Sembravi felice e lo sembravo anch’io.
Chissà se era tutto vero o se avevamo già smesso di esserlo. E da quanto.
Se quell’amore aveva terminato già il suo viaggio; se lo sapevamo o no.
O se eravamo ancora convinti sarebbe durato a lungo, per sempre, chissà.
Sorridevi di un bel sorriso, però. E facevi boccacce all’obiettivo.
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Ci si nasconde, rincorre, palesa la propria esistenza al mondo intero, distrae e distende fino a occupare ogni spazio disponibile e poi, corsi e ricorsi. Ci si ritrae, si torna lentamente a occupare il minor spazio possibile, a rallentare il passo, nascondersi.
Lo si fa senza neppure accorgersene e, se te ne accorgi, fai finta di nulla, fingi sia tutto normale, non ci sia nulla di strano, ogni tanto va così, ora è la cosa migliore, non ho voglia, poi in fondo mi diverte, ci sono un bel po’ di lati positivi.
Poi capisci che, in fondo, non sei così scemo da riuscire a prenderti in giro da solo; scemo si, senza dubbio, ma più scemo di te stesso no, non è possibile.
I lati positivi li stai pagando tutti, ti diverti a brevi tratti, di voglia ne avresti e tanta solo se muovessi un po’ il culo, quando va così puoi sempre far in modo che vada diversamente, se ti affacci dalla finestra o cammini per strada ti accorgi che no, non è per niente normale e solo un idiota al posto tuo farebbe finta di nulla.
E tu, che idiota lo sei, senza dubbio, capisci che non hai alcun bisogno di sforzarti ulteriormente. Riesci già benissimo così.
Allora chiudi un po’ di roba e ti fai qualche promessa. E sei uno di parola, questo almeno te lo devi riconoscere.
Farà un po’ male, tutto fa male del resto, persino le cose belle e buone, figurarsi questa cosa qui se non ne farà.
Spalanchi la finestra, l’aria è fredda, ti affacci, accendi una sigaretta, sputi fuori il fumo, verso il buio e certi rumori che conosci così bene da non esserti mai neppure chiesto cosa siano, chi li stia facendo, perché.
Presto l’aria sarà sempre meno fredda, il sole più forte, la tua vita forse sarà sempre del genere: tutto bene, a casa tutti bene. Ma è la tua e la tieni in mano solo tu. Tu e il caso, quello sciocco zuzzurellone, a dire il vero; ragione in più per non lasciarla del tutto nelle sue mani.
Finisci la sigaretta, ti vesti, scrivi due righe ed esci, senza sapere dove andrai e cosa farai. O forse si, lo sai. Andrai a riempire i polmoni, un respiro dopo l’altro. Una cosa che fai di continuo senza neppure accorgertene, ma per una volta ci penserai; respirerai sapendo di respirare e contando i respiri, perché non basta esser vivi.
Hai una vita da vivere.
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