Dritto al cuore

E se devo morire fa che sia senza dolore e poco sangue.
Spara dritto al cuore. Non ti tremi la mano e non avere rimorsi.
Se devo morire che sia una cosa rapida, prima ancora che tocchi il suolo.
Un gesto senza ragione, pensiero o necessità apparente.

Tu forse non sai perché, perché farlo, ma io, io si, lo so, e dovrai fidarti di me.
Di me, di quel che sono, di quello che di notte non mi lascia dormire.
Di quanto nel buio della notte, dei vicoli scuri, mi spaventa.
Di quello che da sempre aspetto che accada ad ogni passo fatto, ad ogni sguardo ricevuto.

E allora mira dritto, dritto al cuore. Senza pensare.
Mi vedrai sorridere. E non sarà un sorriso che si farà beffe di te e della tua mano puntata verso il mio cuore.
Sarà il sorriso di chi quel momento lo stava aspettando da tempo, inevitabile come la prima pioggia d’autunno.
Di chi può finalmente smettere di fuggire, nascondersi e aver paura.

Sarà solo un istante, brevissimo.
Il tempo di cadere a terra e graffiarmi sull’asfalto, un’ultima volta.
Graffi che non sanguineranno, e pensieri che smetteranno di far male.
Niente più neve, pioggia, sole, freddo o caldo.

Solo un sorriso.
Per te.

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Non c’è stato

Ci sono stati corpi, calori – a volte persino amori – scambiati nel buio di una camera da letto mentre fuori c’erano solo la luna, i rumori distanti della strada e qualche cane alla ricerca della libertà.
Ci sono state parole, discorsi, discussioni, sorrisi, risate, silenzi, odori, capelli, pensieri, paure, abbracci; sesso appassionato, violento, dolce, triste.
C’è stato tanto tempo passato insieme o al telefono, nuovi e vecchi amici intorno, sogni irrealizzabili, sogni realizzati, sogni raccontanti per sognare insieme, la noia di una domenica pomeriggio, l’allegria di un venerdì sera.
C’è stato tutto e a volte sembrava non mancare niente. Ma qualcosa è sempre mancato.

E’ mancata chi potessi tenere abbracciata tutta la notte piangendole sul collo e i capelli le lacrime che non ho mai versato. Per le cose che sono successe o non sono successe; per le cose tristi spinte a forza sul fondo per anni e per le cose che un motivo non l’hanno. Svegliarmi poi di mattina come nulla fosse successo: sorridere, abbracciare e amare più del giorno precedente.
Sono mancate le domande giuste, quelle a cui fa male rispondere ma che fa ancora più male non sentirsi rivolgere.
E’ mancato lo sguardo attento, la curiosità di capire sul serio cosa ci fosse da capire. Il perché di cose all’apparenza banali ma che banali non erano quasi mai.

Forse per colpa mia, forse per colpe altrui.
Ma non so più quanto senso abbia cercare di scoprirlo adesso.

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Piccolo specchio rotondo

È seduta.
Mentre parla con l’amica armeggia nella borsetta alla ricerca di qualcosa che non si vede ma certamente c’è; nulla manca mai nella borsa di una donna.

Ne estrae un piccolo astuccio, grigio chiaro e nero, e da questo un piccolo specchio rotondo e altri oggetti per il trucco, di quelli che, pur avendoli visti in giro per casa per anni, pochi uomini saprebbero riconoscere descrivendone lo scopo specifico. Non senza suscitare lo sdegno o l’ilarità della propria compagna.

Senza smettere di parlare armeggia con i suoi strumenti, spennellandosi il viso e osservandosi seria nel piccolo specchio rotondo: qualche smorfia, tira le labbra, sorride, di nuovo tende la pelle del viso.

La guardo, cercando di non farle notare che la sto fissando, nascosto dalle lenti scure degli occhiali da sole: è giovane, carina, tratti scandinavi e colori mediterranei.
La osservo, discreto: se si è accorta del mio sguardo non lo da a vedere.
Mi vergogno un po’ della curiosità che non riesco a controllare, ma non riesco a smettere di fissarla.
È affascinante osservare una donna che si trucca, soprattutto quando lo fa in pubblico. È come regalasse a chi la guardi una parte di se, dei propri segreti.
Come si spogliasse in una stanza lasciando lo spiraglio di una porta socchiusa da cui lasciarsi osservare. Non puoi non guardare. Neppure se quel corpo lo conosci centimetro per centimetro, neo per neo.

E lei si lascia guardare, consapevolmente o del tutto ignara dei miei sguardi.
Sino a che, terminato il suo rito magico, ripone ogni cosa con cura nell’astuccio e l’astuccio nella borsetta, un borsetta capace di contenere un mondo intero; qualche volta due.
E da cui, ogni tanto, vengono estratti anche regali inattesi.
Come oggi su questo treno.

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Esco a prendere un po’ di sole

Quella sensazione, quella di voler sparire, lasciar morire la vostra identità virtuale, voi la provate mai?

Il desiderio di spegnere tutto, separando definitivamente quello che siete davanti al monitor con quello che siete al suo interno.
Magari solo per vedere l’effetto che fa. Per una volta da spettatori assistere alla vostra sparizione, come ospiti invisibili al proprio funerale.
Un rito di purificazione, che permetta l’impossibile: ricominciare da capo, crearsi una nuova verginità dimenticando quello che è stato; senza pensare a quello che sarà.

Un tempo si partiva per un luogo lontano per ricrearsi una nuova identità; tagliando i ponti con il proprio passato: un nuovo mondo, nuove persone, nuovi problemi. Lasciandosi i vecchi alle spalle, errori, delusioni, dispiaceri.
Oggi puoi farlo, almeno qui, dentro questo monitor, con pochi gesti; o semplicemente non facendone alcuno.

Puoi lasciare una lettera d’addio per prendere commiato da chi ti ha accompagnato per pochi giorni o molti anni. Oppure restare in silenzio e perderti, lentamente, nel fiume di parole, discorsi, discussioni e varia vacuità della rete, diluendoti sempre di più sino a far sparire ogni tua traccia, ogni ricordo.

E decidere come riapparire di nuovo, sconosciuto tra sconosciuti, una nuova casa, una nuova famiglia, nuovi amici. un paesaggio completamente nuovo e inusuale che stimoli di nuovo la tua voglia di vivere e sopravvivere. O non riapparire affatto, andare in controtendenza, alzare il culo dalla sedia e poggiarlo su un muretto di cemento al sole; guardare le persone che passano, di nuovo e, ogni tanto, allungare una mano per toccarle; per essere sicuro di essere vivo. Parlarci e ascoltarle.

Ci pensate mai?

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Più semplice

Ho provato a spiegartelo tante volte: non voltarmi mai le spalle.

No, non perché potrei colpirti a tradimento. Colpire le persone alla schiena non è da me; e non per una questione di moralità e correttezza quanto per il fatto che non mi diverte. Voglio vederla la faccia che fa una persona quando la colpisco.

Non voltarmi le spalle perché quando ti girarai indietro, verso di me, molto semplicemente non mi vedrai.
Mi basta una scusa, il più delle volte, per sparire. E se mi volti le spalle quella scusa me la dai. Sei impegnata in altro, hai altre cose a cui pensare e io mi sento libero di andare via il più silenziosamente possibile e sparire. Senza la spiacevole sensazione di aver fatto soffrire di nuovo qualcuno, di fare qualcosa di sbagliato, scorretto o poco educato. Di poter mancare.
Perché restare fermo, conservando contatti e memorie, pesa; mi stanca e sfibra nel tempo. E allora vado via.

Quindi non voltarmi le spalle, se non vuoi che accada. Continua a guardarmi negli occhi mentre mi parli o ti troverai a parlare da sola; ti sentirai stupida e te la prenderai con me. Ma a quel punto sarò ormai lontano e tu non saprai con chi sfogare quella rabbia.
Perché in fondo, lo ammetto, aspetto solo quel momento. Attendo sempre che chi mi sta intorno volti le spalle. Perché è più semplice, più facile.
Mi sento leggero, padrone di me stesso, del mio tempo e del mio spazio quando mi allontano per la mia strada. E ho raramente la tentazione di voltarmi per guardare quello che ho lasciato dietro di me.

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Shhht

Fosse per me farei come certi bambini: smetterei di parlare. Lo deciderei a tavolino e, seduto a braccia incrociate, giurerei che di non aprire più bocca; mai più.
Non parlerei con nessuno e fisserei imbronciato la punta delle scarpe.
Non direi nemmeno si o no e forse neppure farei cenni col capo (questo non l’ho ancora deciso, ci devo pensare).

Di sicuro smetterei di parlare, dire cose, rispondere a cose, visto che pensarci no, quello non posso smettere, lo so.
Resterei seduto mentre il mondo mi gira intorno osservandomi all’inizio con curiosità e compassione per poi abituarsi smettendo persino di guardarmi, dimenticandosi di me.
Diventerei parte dell’arredamento, dell’ambiente; una delle tante cose che vediamo tutti i giorni senza neppure vederle.
Ed io resterei lì, imperterrito, in silenzio con le labbra serrate, fissando serio il pavimento.

Ma poi, insomma, lo so, non ce la farei mica.
Ché basterebbe qualcuno che mi fissi troppo a lungo e un “che cazzo hai da guardare?” mi scapperebbe fuori.

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