Vivo solo nei tuoi sogni. La mia intera esistenza è confinata in quello spazio ovattato e poco illuminato in cui, ogni volta, rinasco nel momento in cui i tuoi occhi, già pesanti di sonno, si chiudono riaprendosi su un altro mondo; il mio.
Ti accarezzerò i capelli, lentamente, sussurrandoti piano nell’orecchio tutte le parole che avresti voluto sentire e mai nessuno ti ha detto. Facendo vibrare il tuo corpo come mai ha vibrato.
Avrò occhi che guarderanno i tuoi vedendo oltre il loro colore, attraverso le tue iridi. Ascolterò i tuoi pensieri più nascosti, quelli che da sola non riuscirai mai a raccontare a nessuno. O che sino ad ora nessuno è stato capace di ascoltare.
Ti dirò cose che non hai mai sentito dire prima; storie cui crederai pur sapendole incredibili. Visiterai posti che neppure immaginavi potessero esistere e posti che pensavi fossero lontani anni di viaggio e che, invece, erano sempre stati a pochi millimetri da te.
Non ci penserai; allora non penserai che non esisto se non in quello spazio angusto che sono i tuoi sogni. Sarai felice e sorriderai nel sonno come quando eri solo una bambina sotto lo sguardo di tua madre che, guardandoti, sorrideva con te.
E ti tratterrò con tutte le mie forze mentre fuori inizierà a sorgere il sole, un giorno nuovo. Sino a che non ti sentirò scivolare via tra le dita nonostante ti tenga stretta a me.
Sentirò le tue mani aggrappate alle mie che, lentamente, scorreranno sino a che non resterà che il ricordo di un tocco, un attimo di calore.
E tutto sarà luce e buio allo stesso tempo, nello stesso istante.
Tornerò ad aspettarti; ad aspettare quel momento in cui ogni sera chiudi gli occhi lasciandoti morire e il tuo buio diventa per me luce. E vita.
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Parole, poi altre parole, poi parole ancora per spiegare le parole appena dette. Parole all’infinito, senza pausa né tregua. Parole inutili che nessuno ascolta, parole utili che nessuno ascolta lo stesso. Parole che ogni tanto vengono ascoltate, ché quando succede ti senti terrorizzato al pensiero di aver usato le parole giuste o quelle sbagliate e a cosa condurranno.
Parole per dire che va tutto bene, parole per mentire, parole per lamentarsi, raccontare storie vere o di fantasia. Parole scritte, lette, prununciate a voce bassa o urlate. Parole di pace, parole di provocazione, parole di rabbia, d’amore, di odio.
Parole che si affastellano l’una sull’altra, si ammucchiano, si sovrappongono, si mescolano, si confondono, ché alla fine non sai più bene chi abbia detto cosa, se sei stato tu o qualcun altro.
Persi in un mondo di parole, anche quando sai che non basterebbero tutte le parole del mondo.
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Ti guardavo, senza espressione. Senza fermarti.
Mentre lentamente affondavi i denti nella carne; gli occhi sollevati, crudeli e soddisfatti.
Ti guardavo mentre stringevi sempre più forte, sino a che hai sentito le prime gocce di sangue scorrerti sulle labbra.
Hai assaporato quel sangue, trionfante. Sorridevi, come si può sorridere stringendo i denti. Ma lo vedevo il tuo sorriso. Sfidandomi, aspettando che ti allontanassi urlando di dolore.
Stringevi ancora più forte sino a che le gocce non sono diventate un rivolo, denso e vischioso, scivolando dalle tue labbra diventate ancora più rosse.
Avrei voluto dirtelo in quel momento: avrei voluto dirti che non mi stavi facendo male, che sentivo il peso del tuo corpo sopra il mio, il contatto freddo della tua pelle sulla mia, ma non sentivo dolore.
I tuoi denti non facevano male. E neppure il tuo sguardo.
Avrei voluto dirti che non era mio il sangue che scorreva sulle tue labbra. Non era mia la carne in cui affondavi denti e unghie.
Avrei dovuto dirtelo che da tanto non avevo più carne né sangue. Nè occhi.
Non ho avuto il coraggio di dirti che non era mio il sangue che stavi facendo scorrere.
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