Da grande volevo essere Clint Eastwood

E qui, a vivere come duri.
Perché in fondo sei cresciuto con idee precise su cosa significasse essere un uomo. Sin troppo precise.
O forse no, è solo questione di come sei fatto e basta. Di come l’hai voluta capire tu; di come andava bene per te.

Quale che sia il motivo, sei ancora qui, pensando di vivere come i duri dei film di un tempo. Quelli in cui nessun uomo piangeva e a farlo erano solo le donne e i deboli, quelli che capivi subito sarebbero spariti presto e senza rimpianti.
Gli uomini veri si arrabbiavano e basta, anche di fronte alla peggiori situazioni. E quando si arrabbiavano diventavano ancora più duri.

Tiravano via dritto, senza voltarsi indietro: perché a guardare indietro si diventa deboli; ci si distrae da quello che c’è da fare, dalle nuove avventure da affrontare. Senza un bagaglio sulle spalle, senza voltarsi indietro, è più facile. O forse no, è un’illusione. Ma andava bene così.

Ogni tanto cedi alla tentazione e ti volti a guardare; capitava anche ai duri dei telefilm: dei flashback improvvisi in cui ricordavano un amore perduto, un amico che non c’era più, una scelta sbagliata pagata a caro prezzo.
Poi una scrollata di spalle, come si fa di fronte alle cose che non puoi più cambiare – come fanno i veri uomini di fronte alle cose che non possono più cambiare – e via, dritti verso il futuro. Non importa non sapere quale: è l’unica direzione in cui si può procedere. Indietro non si può, e un uomo vero non lo farebbe mai, anche potesse.

Perché guardare alle proprie spalle è pericoloso. Potresti accorgerti di averne sbagliate tante, di aver commesso lo stesso errore troppe volte, di avere ricordi dai quali non riusciresti a scollare facilmente lo sguardo.
Potresti pensare a quante parole non hai detto, a quante, troppe, ne hai dette inutilmente. A quanto spesso ti sei voltato invece di restare un attimo ancora, uno solo, a cercare di capire.

Potresti accorgerti che le cose più belle, quelle vere davvero, le hai raccontate solo a te stesso. Che quando altri le hanno raccontate a te, hai fatto in modo che non scendessero troppo in profondità, perché un giorno avresti potuto doverle far scivolare via.
E forse non è vero, non sono scivolate del tutto, ma è come se lo fossero.

Invece, come l’eroe del cinema, hai abbassato lo sguardo, tirato le labbra, fatto una smorfia che sembra un sorriso e ti sei voltato. Se fossi stato un cowboy, prima ti saresti sistemato per bene il cappello, poi saresti salito a cavallo allontanandoti al piccolo trotto.
Ma non sei mai stato un cowboy, così ti sei solo voltato e hai chiuso una porta alle tue spalle. O alle spalle di qualcun altro.

Ci sono giorni in cui cedi alla tentazione. Succede quando pensi a parole che non sei più sicuro di avere realmente sentito o se è solo la memoria a giocarti strani scherzi. Quando non ricordi se certe cose le hai dette o le hai tenute per te; parole che avrebbero potuto cambiato molto o, più probabilmente, nulla.

Poi ti abbassi lo sguardo, osservi la punta degli stivali, stringi le labbra in una smorfia che sembra un sorriso, ti sistemi per bene il cappello, con il gesto studiato ma semplice di chi quella parte l’ha provata tante volte allo specchio, e ti volti, lasciando alle spalle quel che è passato. Sali sul tuo cavallo, più stanco di te, e parti al piccolo trotto, sperando che la polvere sollevata dagli zoccoli copra alla vista, il più a lungo possibile, quanto ti sei lasciato dietro.

Troppo pericoloso guardare a lungo alle proprie spalle se sei cresciuto pensando di essere Clint Eastwood.

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Giovani apprendisti

La vita è ingiusta, lo sappiamo tutti.
Ci da cose che non vorremmo, ci toglie cose che desideriamo.
Cose materiali, spirituali, pensieri, sogni, ideali.

La vita è ingiusta, lo impariamo da piccoli.
Quando il nostro giocattolo preferito si rompe mentre altri che detestiamo resistono, quante siano le sevizie a cui li sottoponiamo.
Quando le persone che vorremmo tenere strette sono lontane e quelle verso cui non nutriamo interesse sono sempre intorno a noi.

La vita è ingiusta, basta leggere un giornale e guardarsi intorno per averne conferma.
Lascia che le cose a cui teniamo diventino sempre di meno e quelle che vorremmo dimenticare si moltiplichino.
Dimentica le nostre preghiere e le nostre invocazioni, ma ricorda una ad una le nostre maledizioni.

La vita è ingiusta.
È ingiusta perché è fatta così. O solo perché a volte preferiamo pensare lo sia.
Così viviamo cercando di aggiustarla e renderla più giusta senza sapere come si fa, senza nessuno che ce lo abbia insegnato; come giovani apprendisti lasciati soli a bottega il primo giorno di lavoro.
E a volte moriamo cercando di farlo. Senza aver imparato.

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Erano anni

Erano anni in cui nulla importava e tutto era drammaticamente importante.

Anni in cui tutto quello che serviva era la musica, sottofondo di baci scambiati su autobus affollati e sesso frettoloso e affamato in stanze poco illuminate.

In cui ogni cosa nuova era la scoperta di un mondo misterioso e ogni giorno pagine rubate a romanzi di Marquez.
In cui il freddo non era mai freddo davvero e il caldo mai troppo caldo.

Anni in cui ti sfioravo le mani di nascosto e ti baciavo al buio di un cinema mentre andavano film che abbiamo visto solo anni dopo.
In cui ti aspettavo appoggiato ad un muro sotto la pioggia, sorridendo.

In cui era insostenibile stare lontani anche solo un’ora, e bastava restare in silenzio a guardarsi perché tutto sembrasse andare bene.
In cui tutto quello che serviva lo trovavamo frugando sotto i vestiti, trovandolo ogni volta.

Quegli anni sono passati e la musica si è affievolita. Non so quando è successo, quale giorno, a che ora.
Coperti da rumori e troppe parole sono scivolati via.

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