Una storia nuova

Le storie più belle non sono quelle che ho scritto.
Le storie più belle sono quelle che ti ho sussurrato all’orecchio, quando tu distesa sul letto, al buio, ti avvicinavi, appoggiavi la testa alla mia spalla e mi chiedevi: raccontami una storia, raccontamene una che sia bella, come il cielo d’estate, bella come un sorriso.

Io ti raccontavo storie che mai avevo avuto il coraggio di scrivere, per timore si rovinassero. Sepolte dentro di me.
Tu sorridevi. Sempre. Anche quando avevano un finale triste, senza consolazione.

Sorridevi per una storia nuova, tutta tua.
Che nessun altro avrebbe mai ascoltato.
Di cui solo le tue orecchie hanno sentito il sussurro mentre, sorridendo, ti addormentavi.

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Riflesso

Eravamo innamorati della vita. Sempre, costantemente. Innamorati persino del nostro non amarla, ma innamorati. Amavamo ridere, piangere, soffrire, gioire, bagnarci sotto la pioggia, asciugarci al sole. Dormire sul sedile di un’auto, viaggiare senza meta o direzione. Abbracciare corpi sconosciuti, mescolare sangue, sudore e respiro.

La amavamo così tanto da odiarla. L’avremmo barattata in qualsiasi momento per un ideale, un sogno, un mito. La odiavamo ogni volta in cui la sentivamo banale e comune; ogni volta in cui ci sentivamo simili agli altri. Ogni volta in cui ci negava qualcosa, qualsiasi cosa, soprattutto quello che non avremmo mai voluto avere. L’abbiamo odiata ogni volta in cui, appena svegli, la nostra immagine riflessa ci informava sulla nostra condizione intollerabilmente umana. Riflettendo il naso di tuo padre e gli occhi di tua madre.

L’abbiamo odiata così tanto da correre nel buio con la macchina, ubriachi. Da nuotare di notte per raggiungere un puntino luminoso lontano oltre quanto ci fosse possibile immaginare. O sfidarci a resistere più a lungo in equilibrio sul ciglio di un precipizio.

Poi abbiamo iniziato ad amarla di meno. Il giorno in cui uno di noi la vita l’amava così tanto da essersi ammazzato. Abbiamo capito che la vita poteva essere così tanta da essere troppa.

Abbiamo smesso di amarla alla follia e imparato a riconoscerci nel nostro riflesso.

 

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Così, secondo me

Definire cosa sia per me l’amore è abbastanza complicato. Si è evoluto e a ogni età ha avuto i suoi tratti salienti.
È stato una condizione di palpitazione costante, morto nell’istante stesso in cui le palpitazioni cessavano, desiderio di possesso e conquista, morendo con il morire di quelle emozioni.
È stato seriale desiderio fisico ammantato di fasullo amore, finito con il finire dell’attrazione o l’ingresso della routine, desiderio di esserci, di essere importante, di poter fare la differenza nella vita di qualcuno, finito nel rendersi conto che non sarebbe bastato a riempire ogni vuoto.
È stato anche amore vero, come dovrebbe essere, come vorresti che fosse se ci pensi e potessi organizzarlo a tavolino. Finito per distrazione, disattenzione e altre variabili troppo complesse da tenere sotto controllo.

Oggi, a 40 anni, (mi sono chiesto prima di scriverlo se facesse più o meno impressione a numeri o a lettere; dopo aver provato ho capito che è lo stesso in tutti e due i modi, sicché…) qualcosa in più di quando ne avevo 20 l’ho capito, anche se mi succede di avere il dubbio di non aver capito un granché e di essermi solo adattato alle esperienze vissute, lasciando che il sentimento perdesse molto della sua incoscienza e freschezza. Se a suo vantaggio o detrimento mi è ancora difficile stabilirlo.
Oggi, dicevo, ci sono cose che prima consideravo fondamentali che scopro non esserlo più, altre che prima non lo erano affatto che, invece, lo sono diventate.

Poi ci sono cose che in poco o nulla sono cambiate.
Continuo a pretendere di sentire le farfalle nello stomaco.
Certo, rispetto ad altri tempi non mi aspetto di sentirle agitarsi tutti i giorni della mia vita (si, dico a proprio a te). Gli anni e l’esperienza mi hanno insegnato che le farfalle lasciano posto ad altro, a un amore profondo, meno superficiale. A volte, questo è vero, meno emozionante; ma non meno grande. Eppure non vuol dire che non debbano essercene a frotte il più spesso possibile.
Neppure è cambiata l’esplosività dell’amore, la sua incontrollabilità e incontenibilità nel momento in cui si manifesta.
L’amore resta irrazionalità, se non follia. Puoi tenerlo a tacere nel cassetto delle cose non dette, prima di averne preso coscienza. Ma quando si manifesta non ci sono più cose da tacere o gesti da non compiere.

Continuo a provare sofferenza fisica e psicologica se non sono in contatto costante con la donna che amo. E pretendo sia lo stesso per lei.
L’amore è continuo cercarsi, volersi parlare, toccare, far l’amore, esplorarsi il corpo e la mente. Poco importa quanto complicato, incasinato sia. Quanti siano i corpi su cui dover passare.
È cercarsi sempre, anche, e soprattutto, quando non sarebbe proprio il caso.
È camminare per strada tenendosi per mano o semplicemente sfiorandosi per il solo piacere di quel contatto. È toccarsi con le gambe sotto al tavolo a cena in un ristorante.

L’amore lo devi capire e accettare da subito.
Per questo non riesco a considerare tale un amore ragioniere, che valuti troppo, soppesi, ragioni, calcoli. Persino di fronte a tante, tantissime, valutazioni da fare.
E neppure è rincorrersi e farsi rincorrere, ingelosire o fare ingelosire. È gioco, ma mai giochetto.

Io, a tutte queste cose non so rinunciare. Sono più grandi di me, della logica e del raziocinio, della convenienza e del ragionare maturo.

Un amico, uno di quelli cui voglio bene davvero, mi ha detto che l’amore a 40 anni è una cosa diversa. Diversa da quello dei 20 e diversa da tutto o buona parte di questo.
E forse hai ragione tu, amico mio. A volte temo sia davvero così e sto sbagliando tutto.
Ma ancora no, ancora un altro po’. Non  sono ancora pronto ad arrendermi.
Voglio ancora credere nelle farfalle nello stomaco, nella follia, nella poca razionalità e credere ancora che siano i sintomi più profondi dell’amore. Voglio ancora sperare di poter sentire ancora esplodermi dentro quel che resta della mia testa, del mio cuore e del mio cervello.

Poi, forse, mi rassegnerò e verrò da te. Ci sederemo al tavolino di un bar, ti offrirò una birra e ti dirò che avevi ragione tu.
Oppure no.
Ma la birra te la offrirò lo stesso.

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101

Vaffanculo, tu che pensi di complicare la vita degli altri per il loro bene.

Vaffanculo, tu che “in fondo era solo una domanda; non capisco perché te la prenda tanto”, anche se è la duecentesima volta che me la fai, sempre uguale.

Vaffanculo, tu che non ascolti quando ti parlo e come un falco attendi solo una pausa qualsiasi per poterci infilare in mezzo la sola cosa di cui ti importi qualcosa, te stesso.

Vaffanculo, tu che pensi che la tua vita sia sempre più complicata, difficile e piena di ostacoli di quella degli altri.

Vaffanculo, tu che credi che chi tenga botta con dignità, a differenza di te, sia una persona serena cui caricare addosso le tue pene a ogni ora del giorno e della notte.

Vaffanculo, tu che pensi di poter pretendere tutto, attenzione e presenza, quando ne senti il bisogno, salvo poi sparire e farti i fatti tuoi quando non ne hai bisogno.

Vaffanculo, tu che menti a te stesso e pretendi che gli altri credano ciecamente alle tue menzogne.

Vaffanculo, tu che non sai cosa fare della tua vita e speri siano gli altri a dirtelo solo per poter ricordare loro che è la tua vita e solo tu puoi decidere per te.

E vaffanculo anche a me. Perché probabilmente siamo meno differenti di quanto mi piacerebbe pensare.

 

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Banale

Non voglio essere speciale, voglio essere banale.
Far cose come lucidare la macchina il sabato pomeriggio, ubriacarmi nel fine settimana, fare apprezzamenti e fischiare alle ragazze che camminano per strada.

Voglio tifare una squadra di calcio, urlare contro arbitri e avversari, sentirmi defraudato e incazzato quando perde e vincente quando fa risultato.
Avere un partito in cui credere, non importa di quale colore, e illudermi sia diverso dagli altri, che non siano tutti identici, partoriti da un’unica madre puttana.
Credere di essere sempre più furbo e intelligente degli altri.

Voglio sbagliare congiuntivi e verbi senza neppure pormi il problema.
Avere una cadenza forte e parlare il dialetto anche con chi non lo capisca.
Smettere di essere curioso di quello che non conosco e fottermene di tutto quello che non rientra nel mio raggio visivo.
Non aver voglia di scoprire terre nuove e cercare di capire i motivi degli altri.

Voglio prendere le cose come vengono senza pormi domande, senza tentare di manipolarle, cambiarle o capirle.
Amare senza domande, tradire senza rimorsi e dare tutto per scontato.
Essere maleducato senza immaginare di dovermi scusare.
Smettere di dare attenzione e consigli se non per ottenerne un tornaconto.

Voglio passare pomeriggi interi in un bar a giocare, bere e bestemmiare un dio in cui pretenderò di credere.
Ridere di barzellette sessiste e razziste, prendere in giro chiunque sia diverso; senza essere sfiorato dal dubbio che vi sia qualcosa di sbagliato.
Fregarmene di inquinamento, rispetto dell’ambiente; buttare cartacce per strada, sprecare acqua e lasciare luci e motori accesi.

Forse allora i miei sonni saranno più tranquilli.
La mia vita continuerà a non avere significato, e io, semplicemente, non mi porrò il problema.

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