Sono rinchiuso in questo carcere da, beh, a essere onesto non me lo ricordo più da quanto. Da tanto.
Ho visto tante stagioni passare, una dietro all’altra. Estati calde, inverni freddi. Così tante che i ricordi si accavallano nella mia mente.
Cose successe tanti anni fa che ricordo come avvenute da poco. Cose accadute ieri che mi paiono successe anni fa.
Non che succeda poi molto qui. È una prigione, come tante altre. Alti e bassi, certo: giornate che scorrono più leggere e altre che non sembrano voler passare mai.
Le persone che incontro ogni giorno mi sono estranee. Nessuno ha una gran voglia di parlare. Ci si scambiano cenni, a volte una sigaretta.
In questo carcere che odora di muffa e di carne umana lasciata a marcire, ogni tanto arriva qualcuno di nuovo.
Siamo tutti curiosi all’inizio e li annusiamo come cani, li studiamo. E poi ci dimentichiamo di loro.
Qualcuno va via. Verso altre prigioni o una libertà precaria. Qualcuno non ce la fa più e va via per sempre, per scelta o solo perché era giunto il momento di togliere il disturbo.
Tutto avviene silenziosamente.
In questo carcere tutti si sfiorano ma nessuno si tocca mai veramente. Tutti conoscono tutti e nessuno sa davvero chi siano gli altri, tutti intangibili come raggi di luna.
Un cenno del capo, una sigaretta, qualche smorfia del viso. Poi ognuno nel suo piccolo spazio. Stretto ma non abbastanza da farci desiderare di essere compatti.
Teniamo tante cose dentro, raccolte dentro un fazzoletto di cotone. Le coccoliamo, alimentiamo e le teniamo nascoste.
I nostri pensieri, i nostri dolori, i nostri pentimenti sono le sole cose ancora solo nostre.
In questo carcere dalle mura spesse, diventate sempre più spesso ad ogni stagione, non sogniamo. Non più.
Abbiamo smesso subito. Dopo aver visto morire il primo sole oltre le inferriate delle finestre piccole e sporche.
Questa prigione fredda e dura come roccia l’abbiamo costruita noi, con le nostre mani. Le abbiamo affidato, più o meno consapevolmente, le nostre vite.
Perché ci proteggesse da un mondo che non abbiamo saputo amare abbastanza. Perché proteggesse quel mondo da noi e dalla nostra presenza estranea.
Perché non fossimo più uomini tra gli uomini, padri, figli, fratelli o mariti.
Per scelta o solo perché era giunto il momento di togliere il disturbo.
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C’è una strada, in salita.
Mi capita raramente di percorrerla. Molto raramente.
È una strada di campagna con alberi sul ciglio, circondata da campi lavorati e macchie di verde selvatico.
Intorno, la vista di colline che si sovrappongono l’una all’altra, catene di monti sullo sfondo da un lato e la vista del mare nelle intersezioni delle colline dall’altro.
Il traffico di auto è rado e il silenzio quasi totale.
L’odore è dell’erba fresca e della terra.
Quando mi capita di percorrerla, risalendola, compio un viaggio indietro nel tempo. Dopo le prime due curve ho già lasciato il 2000 alle spalle.
Ancora un’altra curva, 1999, un’altra, 1998. Sino a che, in questo curioso viaggio nel tempo, arrivo alla mia destinazione, un luogo in cui, sulla sommità della collina, il tempo è fermo in un imprecisato momento tra il 1988 e il 1989.
Quel luogo, in cui la musica si è fermata ai Tears For Fears, Depeche Mode e Simple Minds, sembra aver assorbito me stesso, il me stesso, ragazzo, che viveva quegli anni.
Ogni chilometro lungo quella strada sembra alleggerire il cuore di dolori, pesantezze, responsabilità. Le ruote sembrano scorrere con minore attrito mentre l’aria che mi colpisce in viso sembra più pulita, più ricca di odori e ossigeno.
Sempre meno ricordi di cui sopportare il peso, sostituiti da altri, rimasti da troppo nascosti alle loro spalle. Si fanno largo spingendo sino a raggiungere i miei occhi, il mio naso, la bocca, le dita.
Altri visi, altri sorrisi. Altre fitte dolorose al cuore. Altre lacrime. Più sincere.
Fermo in quel luogo, non riesco ad accendere una sigaretta. In quegli anni non fumavo, nessuno di noi fumava allora.
Mi sento in un corpo non mio. Gesti che non sono miei. E allora guardo solo davanti, perché quello che vedo è sempre uguale a sé stesso.
Stesse le colline, stessi i monti e il mare. Stessi gli alberi alla cui ombra d’estate baciavo, accarezzavo, parlavo del futuro e altre sciocchezze importanti come nient’altro. Pensieri e azioni semplici, senza il peso delle conseguenze, delle delusioni, degli addii. Quando tutto era per sempre.
E invece nulla lo è mai stato. Nessuna delle promesse fatte, dei progetti organizzati distesi guardando le stelle quando fuggivamo lì, rubando il motorino a un amico più grande.
Nessun progetto è mai stato così grande da allora. Nessun amore più completo. Nessun bacio così dolce. Nessun sogno così vero.
Ogni volta, quando risalgo in sella e sto per andare via da lì mi riprometto che non tornerò mai più. A farmi male in quel luogo fuori dal tempo, in quel luogo che non esiste. A inquinare con un altro alieno me stesso la memoria di me, di quello avrei sempre voluto essere e restare. Eppure capita ogni tanto che il richiamo si faccia forte, più forte di me e della mia scarsa volontà. So che tornerò, prima o poi a salutarmi. A raccontarmi cosa sono diventato.
Tornando indietro, ogni peso sollevato, ricordo rimosso, è fermo ad aspettarmi dietro ogni curva, lì dove lo avevo abbandonato e nonostante la discesa sembra di andare più lenti, con più attrito.
Ci son volute ore prima di riprendere il mio posto, in questo 2011 che ancora non sento appartenermi.
A cui fortemente non voglio appartenere. E a cui mai apparterrò davvero.
Tornerò a trovarmi, su questa collina ferma tra il 1988 e il 1989, dove la musica si è fermata ai Tears For Fears, Depeche Mode e Simple Minds.
Quando dimenticherò di nuovo quanto faccia male ricordare.
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All’inizio a perdersi erano quasi sempre degli oggetti: gli occhiali, un libro, le chiavi.
Poi a sparire son state parole, aggettivi, nomi, verbi.
In seguito interi pensieri affondavano in una nebbia densa a metà del loro viaggio. Rimanevano tronchi, sostituiti da un’espressione interrogativa e sorpresa.
Tempo dopo han cominciato a sparire volti, periodi interi della vita, ricordi di momenti che sapevi di aver vissuto ma di cui non riuscivi a ricostruire lo svolgimento; le cose fatte, le cose dette, i come, i perché.
Da qualche tempo stanno sparendo anche le ragioni, gli obiettivi, i motivi. C’è solo tanta nebbia fitta e morbida come ovatta. Rassicurante.
Tutto lentamente scivola via, senza rumore. Conservi vaghe sensazioni, personaggi senza volto, dolori senza ragioni, amori senza occhi.
E nessun bisogno di pensare.
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