Molecole complesse

È un lavoro strano il mio. So che farai fatica a capirlo, ma non preoccuparti: ci sono giorni in cui anche a me resta difficile comprenderlo.
E ultimamente quei giorni capitano sempre più di frequente.

Il mio lavoro è rendere semplici le cose difficili. Piccole cose della vita o grandi problemi esistenziali, non fa differenza: tutto va reso più semplice. Per alleggerire, sopravvivere, andare oltre. Per sperare ancora.
Spesso, molto spesso, non è più questione di vivere meglio o sorridere di più: è trovare la ragione sottile che separa il voler essere vivi dal non desiderarlo più.

Digerisco le vite degli altri, è questo che faccio. Come un batterio o un enzima, circondo quello che è troppo complicato e lo consumo sino a che non ne resta una struttura più semplice. Più facile da capire e accettare.
È un processo lento che, oltre a consumare le molecole complesse della vita quotidiana o dei momenti più difficili, poco a poco consuma anche me. Ma nessuno è destinato a vivere per sempre e non c’è nulla di diverso che mi aspetti dalla mia esistenza.

Un processo che nasce nella mia testa mentre osservo ciò che devo affrontare, quello che altri portano pesantemente addosso, rischiando di rimanerne schiacciati, fino a che non scoprono la mia esistenza e il mio ruolo nel ciclo monotono dell’esistenza umana.
Allora lo scaricano su di me, confidenti che possa fare quanto per loro è impossibile. Lasciano sul mio tavolo le cose difficili e mi guardano con occhi pieni di speranza e preventiva gratitudine.
A volte il loro sguardo tradisce dubbio e sospetto, ma nel profondo del loro animo tutti nutrono la speranza che sia vero e possa accadere sul serio. Lascio che si siedano su una comoda poltrona e restino lì a osservarmi. Li vedo già più felici e leggeri, persino gli scettici e i sospettosi.

Guardo quel groviglio frutto di incuria e disattenzione, lasciato crescere a dismisura, intrico di tanti piccoli dolori ormai quasi indistinguibili gli uni dagli altri. Lo fisso con calma e lascio che la mia testa lo studi, lo smonti, ne ritrovi le tracce alla ricerca di un punto di inizio, di fine, di collegamento.
Piano inizio a ricomporne le forme, dissolverne i nodi più grandi, sino che non si trasforma in una lunga linea retta senza interruzioni, curve o deviazioni. Mentre lo faccio, mi osservano increduli e, ti sembrerà strano, ogni volta soffrendo: per quanto facessero male, quegli intrichi e quei nodi sono parte di loro, di come si sono visti allo specchio per anni e del mondo in cui sono vissuti. A quei nodi e quegli intrichi coltivati per anni si finisce per affezionarsi. Anche quando non ne possono più e sono stanchi di lottare, sono schiavi di una sorta di sindrome di Stoccolma che glieli fa sentire vicini, propri. In qualche modo sentono che di dovergli qualcosa, che c’è qualcosa per cui dovrebbero ringraziarli.

Non è difficile svolgere curve, sciogliere nodi, riordinare, trovare inizio, fine o connessioni. È un lavoro quasi meccanico, svelto, istintivo. Qualche volta capita di sbagliare l’ordine: mettere prima cose che dovevano andare dopo o dopo cose che dovevano andare prima. Con il tempo si impara e questi errori diventano più rari. Ci sono sempre indizi evidenti, basta saperli guardare. Sono indizi che, quando impari a riconoscerli, ti accorgi che pulsano, vibrano bramosi di essere trovati. Hanno atteso a lungo qualcuno che li scovasse e sembrano aspettare che qualcuno li accarezzi comprensivo e li allinei ordinatamente facendoli sentire tranquilli e rasserenati. Allora smettono di vibrare e pulsare e trovano la pace agognata.

La parte più difficile è la successiva; quando, dopo aver allineato e raddrizzato il tutto, arriva il momento di riconsegnare al proprietario quella nuova realtà. Nessuno la riprende indietro accettandola allo stesso modo. C’è chi vorrebbe conservarla allineata, così come la vede distesa sul mio tavolo, preoccupati che possa ricreare anche un solo intrico. Ma il luogo in cui devono riaccomodarla è stretto, angusto e dalle pareti irregolari. È impossibile che non si ricreino volute, circoli e serpentine.
Il risultato è meno complesso di quanto c’era prima, ma pur sempre intricato, proprio come il mistero della mente che fa di ognuno l’essere unico che è. Altri, spaventati, non riconoscono più come proprio quello che gli ho riconsegnato e non vedono l’ora di riappropriarsene il più rapidamente possibile, cercando di ricreare le stesse forme complesse che avevano tirato fuori e di cui avevano voluto liberarsi. Per tornare a sentirsi sé stessi, rassicurati dal potersi specchiare riconoscendosi; per il conforto che dava loro la propria sofferenza.

Quando arriva questo momento non è più la mente a operare, ma il cuore. È il tatto delle mie dita, mentre restituisco il loro fardello accompagnandolo all’interno dei suoi spazi, a procurarmi pace o sofferenza, a seconda che si stia sistemando tutto a dovere o no. Resistere alla tentazione di urlare di dolore è difficile, ma è un lusso che non posso permettermi. Stringo i denti e sistemo ogni cosa al meglio possibile. Capita anche di dovermi arrendere di fronte a chi quel corpo lo sente estraneo e si ribella.
La sofferenza in quei frangenti è intollerabile, ma anche a questo dopo un po’ si fa l’abitudine. È il rischio del mio mestiere.

È un mestiere strano, il mio. Un mestiere in cui nessuno paga e nessuno viene pagato. In cui nessuno è tenuto a dire grazie e nessuno si aspettare di ascoltarne.
Nelle giornate buone, quando seppure con un po’ di dolore riesco a risistemare per bene ogni cosa, scorgo un sorriso spuntare sul viso di chi hai davanti. E allora dimentico il dolore e quel poco di me che anche oggi si è consumato, scivolando via. E mi basta.
Centellino quei sorrisi e quegli sguardi di apprensione che si trasformano in speranza per poi diventare increduli, un poco al giorno facendomeli bastare anche per le giornate meno buone. Quelle in cui nulla è cambiato e ogni cosa è tornata com’era. Aspetto domani e un nuovo sorriso.
Sino a quando ogni cosa sarà consumata e non ci sarà più questo tavolo ad accogliere nature intricate e molecole complesse.

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