Professione e professionalità

Good night and good luck

Alla classica domanda “cosa vuoi fare da grande?”, noi maschietti, di solito, rispondevamo cose tipo il pilota di automobili o aerei, l’astronauta, il calciatore o il giornalista.
Nella nostra mente di bimbi erano lavori esaltanti, entusiasmanti, pieni di fascino e mistero. E, soprattutto, non erano occupazioni banali quanto il fornaio, il salumiere, l’elettricista o, beata ignoranza fanciullesca, l’idraulico.

In cosa consistesse il mestiere del giornalista l’avevamo imparato da film noir americani in cui il reporter d’assalto, con impermeabile e cappello, viveva pericolosamente la sua esistenza tra delinquenti, politici e poliziotti corrotti; alla ricerca di notizie e verità. Sempre in prima linea con il taccuino e la macchina fotografica, era contro tutto e tutti pur di raccontare al mondo la verità e fare giustizia di bugiardi e malavitosi.

Ovviamente era una realtà cinematografica; crescendo ce ne siamo resi conto. Ciononostante abbiamo continuato a credere in chi svolgeva quell’affascinante mestiere e ad amare quel ruolo di paladino della verità: il ruolo di chi ha come compito nella vita quello di sbugiardare senza timore chi mente e vuol nascondere la realtà per il proprio tornaconto.
Sempre in prima linea, con le proprie fonti, i propri contatti, una vita disordinata e complicata dedicata ad ascoltare, leggere ed approfondire. Per poi raccontare tutto ciò che ha scoperto.

Continuando a crescere, abbiamo anche scoperto quanto la politica condizioni i giornalisti e quello che scrivono. E, con delusione, che per avere la verità o un suo simulacro, dobbiamo ascoltare più fonti e mediare tra esse.

Da uomini del nostro secolo, definitivamente smaliziati e disillusi, scopriamo che il giornalista, tranne rari casi, enumerabili sulla punta delle dita, o straordinari quanto inattesi colpi di fortuna, resta seduto tutto il giorno in redazione.
Ciò di cui scrive non lo scopre scavando, cercando, interrogando le sue fonti, esponendosi in prima persona o appostandosi sotto la pioggia (quello lo fa solo se cerca lo scoop sulla nuova fiamma di quel calciatore piuttosto che di tal altra velina), piuttosto ruba spunti dalle cronache locali, da internet, dall’ANSA e dai quotidiani internazionali rielaborando quanto ha letto secondo il proprio punto di vista e le proprie inclinazioni e vendendo il tutto, come fosse verità di prima mano, al lettore sognante ed ingenuo.

Abbiamo scoperto, infatti, che pur essendo in vacanza tra le montagne, senza televisione, con famiglia al seguito e tanta neve intorno, il giornalista continua a voler, o dover, lavorare scrivendo articoli. Anche se del tutto scollegati per giorni da ogni realtà civilizzata e con internet quale unico contatto con il resto del creato, scrivono di politici che non hanno intervistato, di avvenimenti a cui non han partecipato, di musica che non hanno ascoltato, di film che non hanno visto e di fenomeni che non hanno conosciuto; con il conseguente rincorrersi di dichiarazioni e smentite, di sciocchezze e chiarimenti persino più sciocchi, di bufale prese per verità e verità prese per bufale.

Seduti al riparo dalle intemperie, dall’alto del loro scranno salgono in cattedra per spiegare quanto duro sia questo mondo, quante brutte cose accadano e quali loschi piani si celino nelle azioni di questi o di quest’altri pur non possedendo gli strumenti di lettura di quanto accade intorno a loro. Non più di quanti ne abbiano la maggioranza di coloro che, il mattino successivo, li leggeranno.

Eppure mai mettere in dubbio il loro ruolo o toccare i loro privilegi: questi paladini della libertà si risentiranno immediatamente e al grido di “censura!” faranno tremare il mondo declamando quanto il ruolo del giornalista sia indispensabile in una società civile.

Ed avrebbero ragione. Ne avrebbero da vendere se a ricoprire tale ruolo non fossero loro e non lo facessero a spese di contribuenti che i loro giornali non li leggono perché della loro informazione non si fidano.

E se domani, senza più le protezioni di un sovvenzionamento pubblico e di un albo professionale, i propri lettori dovessero davvero guadagnarli? Se non ci fossero in Italia così tante testate giornalistiche ma solo quelle capaci di attrarre su di sè l’attenzione dei lettori per i propri contenuti e la caratura professionale di chi su quei quotidiani scrive?

Sarebbe sul serio un mondo peggiore e meno democratico, quello?

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3 commenti a “Professione e professionalità”

  • AIE82 says:

    Prima lezione con Angelo Agostini nella scuola di giornalismo che sto frequentando: “Chi vuole diventare giornalista ha sicuramente un ego ipertrofico.” Come dargli torto? I giornalisti spesso scrivono per se stessi e non per il lettore, come una qualsiasi autore di romanzi e poesie.

  • molengai says:

    beh non posso che darti ragione, ma aggiungo che spesso i giornalisti locali “creano” delle notizie per farsi un nome
    spesso sulla pelle della gente
    è successo a me e mi sono accorto in quell’istante di quanto il giornalista non fosse necessariamente un nobile difensore della verità
    poi magari ci sono altri esempi, ma solo il fatto che rientrino(o siano rientrati) nella categoria giornalisti personaggi come Biagi, Fede, Mosca, Ferrara,Montanelli, Travaglio,Costanzo dimostra come si possa fare lo stesso mestiere e non avere nulla a che fare l’uno con l’altro

    certo se il numero di quotidiani calasse in favore di una maggiore qualità io non piangerei

    L´ultimo post di molengai: chiedo venia

  • Flavio says:

    Non posso che darti ragione, è così evidente ( e deprimente ).
    Approfitto per augurarti un 2009 al di sopra delle tue attese.

    L´ultimo post di Flavio: Vengono da lontano …

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