giu
07
2009

di Novecento

Ed è subito sera

Salvatore Quasimodo

Attraverso la grande rete il nostro io, in questi ultimi anni, si è espanso a dismisura.

I nostri ricordi sono divenuti ricordi collettivi; le nostre foto, i nostri pensieri, le nostre preferenze, le nostre idiosincrasie hanno smesso di essere solo nostre e sono divenute patrimonio di molti.
L’espansione virtualmente illimitata che questa ci concede porta le nostre gioie e le nostre tragedie sotto gli occhi, spesso disinteressati, di un’enorme platea.

Se da una parte questa circostanza ha del miracoloso, dotandoci di spazi di comunicazione impensabili nella nostra vita quotidiana e di possibilità di interazione e scambio con un numero pressoché illimitato di altri esseri umani, è pur vero che ci lascia allo scoperto.
Ci priva, frequentemente, di taluni spazi in cui vorremmo comprimerci; spazi in cui chiuderci a chiave con noi stessi avvitandoci per un po’ nei nostri pensieri e nelle nostre considerazioni come crisalidi. Potendo, poi, riemergere quale nuova farfalla. O restare i bruchi di sempre, perché no.

Quando si vorrebbe il proprio io tutto per se e non dividerlo con nessun altro, diventa dannatamente complicato restare uomini della nostra era: informatizzati e multiconnessi. La sola soluzione sembra essere quella di un passo indietro, nella direzione dei nostri antenati.

Pensare un po’ di più con la nostra testa; con tutti i rischi che questo comporta. La verità, del resto, è che, per quanto o quanti potremo avere intorno a noi, siamo sempre e comunque soli, con i nostri pensieri quale unico conforto.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

(Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo – 1930)

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