A volte sforzarsi per tenere le cose in ordine è semplicemente inutile.
Soprattutto se hai passato l’intera vita a incasinarle e ti è sempre piaciuto vivere nel disordine.
A volte, quando ti pare di aver messo tutto in ordine, non ti piace più com’è e senti il bisogno, il diritto, di spostare qualcosa qui e qualcos’altro là.
Perché assomigli di più a quello che sei, al modo in cui hai sempre visto le cose intorno a te.
Perché per te il disordine è meglio dell’ordine. Ti fa sentire più vivo; ti obbliga a pensare di più, prestare più attenzione, avere migliore memoria. A tenere traccia dei tuoi ragionamenti, dei tuoi spostamenti.
Ti fa spendere più energie, il disordine. E piuttosto che impiegarle nel cercare di tenere tutto al proprio posto devi ricordare dove hai messo le tue cose, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi ricordi.
Ogni tanto ritrovi pezzi della tua vita nascosti sotto un divano, nel cassetto in cui tieni le posate, dietro una porta. E ti sorprendi. Di quello che hai fatto, visto, pensato, provato.
Sorridendo ti domandi se eri tu, proprio tu, quello che ha visto, pensato e provato quelle cose; se sono davvero tuoi quei ricordi e non di qualcun altro che li ha dimenticati li, per errore.
Hai dimenticato e perso tante cose lungo il tuo cammino eppure, a volte, qualcuna, la ritrovi per caso. Ammaccata, sporca, logora. E ti piace l’idea, come un viaggiatore solitario con il sacco a pelo sulle spalle, di esserci già stato in questo posto, di averlo visto e averci lasciato qualcosa di tuo. Qualcosa di cui, forse, non importa a nessuno; nessuno se ne ricorda più o vuole ricordarsene.
Ma a te si, a te importa.
Il lettore più disattento potrebbe pensare che io sia una persona sbadata.
Quello che non sa è che ciò che passa per sbadatezza è solo un lavoro di selezione che il mio cervello svolge per conto mio.
Questi, in maniera del tutto autonoma e senza sentirsi in dovere di consultarmi, ritiene vi siano innumerevoli informazioni che non valgano la pena di essere ricordate; un po’ per semplice pigrizia, certo, ma più spesso perché non desidera che l’innata attitudine al disordine che da sempre mi accompagna venga coltivata e incentivata.
Accade, infatti, che i miei ricordi vengano riposti nel cassetto sbagliato, dove dovrebbero trovarsene altri che a loro volta sono infilati chissà dove.
Questa gran confusione fa si che a volte, mentre cerco di ricordare il nome del mio meccanico, mi torni in mente il grande amore di primo liceo. Capirete da voi che tale confusione di pensieri può essere spiacevole in varie occasioni; anche perché finisco per trovarmi con l’auto in panne provando grande malinconia per una splendida ragazza di cui non so più nulla da tempo. In più quando cerco ricordi piacevoli che migliorino il mio umore, finisco per ripescarne, involontariamente, di tristi contribuendo alla sua definitiva rovina.
Ovviamente più sono le informazioni che tento di immagazzinare maggiore è la confusione e il disordine che si genera e più problematica diviene la mia esistenza.
Del resto, ammettiamolo, sono moltissime le cose che non ha senso memorizzare. A cosa serve tenere a memoria titoli e autori di ogni canzone che ascoltiamo? Per poterle riconoscere non appena ne sentiamo un accenno alla radio ed essere i primi a dire il titolo facendo un figurone con gli amici? Non è forse più bello non riconoscerla affatto e pensare ma che bella canzone, per poi accorgersi di conoscerla e di averla già apprezzata in passato? Se non altro saremo assolutamente certi che quella canzone ci piaccia davvero.
E a cosa serve, in fondo, ricordare i momenti grigi e bui della nostra vita? Non ci saranno di alcun aiuto nel raffrontarci con la vita che abbiamo innanzi in questo preciso momento né possono lenire dolori che stiamo provando o riportarci con i piedi a terra quando siamo immensamente felici.
Insomma, è per questo che potreste incontrarmi all’incrocio di una strada con il naso all’insù, l’aria indecisa e pensierosa. Probabilmente non sto aspettando nessuno o almeno non ne sono certo, e neppure mi sono perso. Sto solo cercando di ricordare per quale motivo mi trovi lì, ché un motivo per esserci arrivato c’è di sicuro.
Ma non lo ricordo più.
L’odio è un sentimento che non riesco a coltivare e non per bontà d’animo o ricchezza di sentimento; piuttosto per pigrizia e, forse, mancanza di un adeguato carattere.
L’odio è un sentimento costante, immutabile nella sua forma e nel suo aspetto. L’odio nei confronti di qualcuno o qualcosa ti accompagna tutta la vita: dal momento in cui scopri di nutrirlo a quando morirà, vecchio e infelice quanto te.
L’odio è diverso dall’amore e non ne è certo il contrario, come semplicisticamente viene definito. L’amore è un sentimento tra i più mutevoli gli esseri umani possano provare. L’amore c’è oggi, forte e stabile come una quercia nel vento, e può sparire domani, come nebbiolina all’alba.
L’odio, invece, per definizione non può sparire. Spesso sopravvive persino all’oggetto di tale sentimento.
E non come l’amore che con una sorta di aura luminosa e narcotica avvolge e idealizza l’amore perduto per sempre: lo fa piuttosto per radicamento, ormai inscindibile, con il nostro io più profondo.
A volte mi soffermo a pensare se nella mia vita ci sia stato qualcuno nei cui confronti abbia nutrito un tale sentimento e, piuttosto tristemente a volte, mi rendo conto che nessuno ha mai meritato un tale impegno. Ci son state persone nei cui confronti ho nutrito risentimento, è vero, ma mai odio; ci son cose e persone che non amo, che trovo insulse o insignificanti, ma mai hanno meritato più di questo.
Odiare richiede impegno e io sono pigro. Odiare richiede un carattere e una personalità energica, piena di risorse e capace di imporsi disciplina, perché ci vuole disciplina per odiare tutta la vita, mentre io mi stanco troppo presto di ciò che non mi piace e mi distraggo; non riesco a rimanere concentrato sufficientemente a lungo per giungere a tale sentimento.
Odiare, soprattutto, richiede memoria, e io memoria non ne ho.
Qualcuno mi ha detto che non saper odiare con tutto il cuore vuol dire non sapere amare.
Ho sempre pensato che si sbagliasse. E solo questione di pigrizia.

A volte la tua città la odii. Ma mai veramente.
Le riconosci i suoi difetti, senza farle sconti: quello che le manca, quello di cui ha troppo.
Ma la difendi sempre quando qualcun altro la denigra.
Non puoi dimenticarne i vicoli; quelli in cui ti sei innamorato, in cui ti sei nascosto quando bigiavi da scuola, in cui hai goduto le tue rivincite e pianto le tue sconfitte.
Ne conservi nella memoria l’odore, le luci, i colori in costante cambiamento e i fiori che hai rubato ai suoi giardini per farne dono a chi amavi.
La tua città resta tua per sempre. Quella in cui tornare per sentirti in un porto sicuro anche tra centinaia di visi sconosciuti che non sanno nulla di te e dei tuoi vicoli.
Forse ci sono città più belle; ma non saranno mai la tua città.







