L’odio è un sentimento che non riesco a coltivare e non per bontà d’animo o ricchezza di sentimento; piuttosto per pigrizia e, forse, mancanza di un adeguato carattere.
L’odio è un sentimento costante, immutabile nella sua forma e nel suo aspetto. L’odio nei confronti di qualcuno o qualcosa ti accompagna tutta la vita: dal momento in cui scopri di nutrirlo a quando morirà, vecchio e infelice quanto te.
L’odio è diverso dall’amore e non ne è certo il contrario, come semplicisticamente viene definito. L’amore è un sentimento tra i più mutevoli gli esseri umani possano provare. L’amore c’è oggi, forte e stabile come una quercia nel vento, e può sparire domani, come nebbiolina all’alba.
L’odio, invece, per definizione non può sparire. Spesso sopravvive persino all’oggetto di tale sentimento.
E non come l’amore che con una sorta di aura luminosa e narcotica avvolge e idealizza l’amore perduto per sempre: lo fa piuttosto per radicamento, ormai inscindibile, con il nostro io più profondo.
A volte mi soffermo a pensare se nella mia vita ci sia stato qualcuno nei cui confronti abbia nutrito un tale sentimento e, piuttosto tristemente a volte, mi rendo conto che nessuno ha mai meritato un tale impegno. Ci son state persone nei cui confronti ho nutrito risentimento, è vero, ma mai odio; ci son cose e persone che non amo, che trovo insulse o insignificanti, ma mai hanno meritato più di questo.
Odiare richiede impegno e io sono pigro. Odiare richiede un carattere e una personalità energica, piena di risorse e capace di imporsi disciplina, perché ci vuole disciplina per odiare tutta la vita, mentre io mi stanco troppo presto di ciò che non mi piace e mi distraggo; non riesco a rimanere concentrato sufficientemente a lungo per giungere a tale sentimento.
Odiare, soprattutto, richiede memoria, e io memoria non ne ho.
Qualcuno mi ha detto che non saper odiare con tutto il cuore vuol dire non sapere amare.
Ho sempre pensato che si sbagliasse. E solo questione di pigrizia.
Io odio la poesia.
La odio con tutte le mie forze.
La poesia è debolezza dell’anima,
finzione della parola.
Nella poesia si cela l’inganno dei sentimenti.
La poesia ti imbroglia,
inventa sogni che credi esser tuoi.
La poesia è analfabeta,
inventa parole mentre ad altre ne cambia il senso.
La poesia è un sentimento lontano,
il miraggio di cose che non hai mai visto,
il sogno di cose che hai sognato,
il ricordo di cose che hai amato,
il pensiero di cose che non vorresti aver pensato.
La poesia è un walzer lento.
Lo senti arrivare piano da lontano.
Le tua voce ne copre il suono e,
quando ormai ronza nelle tue orecchie,
esplode.
E puoi solo ballare,
un ballo ingannevole, falso, imbroglione.
Ma tu balli e balli e balli,
non riesci a smettere e balli.
E mentre balli a volte ridi felice,
a volte piangi lacrime di dolore,
ma balli,
balli,
balli.
Non vorresti finisse mai
perché se la poesia è il più grande degli inganni,
tu non vuoi più sapere cos’è vero.
Vuoi solo morire,
ballando quel grande inganno,
la poesia.

A volte la tua città la odii. Ma mai veramente.
Le riconosci i suoi difetti, senza farle sconti: quello che le manca, quello di cui ha troppo.
Ma la difendi sempre quando qualcun altro la denigra.
Non puoi dimenticarne i vicoli; quelli in cui ti sei innamorato, in cui ti sei nascosto quando bigiavi da scuola, in cui hai goduto le tue rivincite e pianto le tue sconfitte.
Ne conservi nella memoria l’odore, le luci, i colori in costante cambiamento e i fiori che hai rubato ai suoi giardini per farne dono a chi amavi.
La tua città resta tua per sempre. Quella in cui tornare per sentirti in un porto sicuro anche tra centinaia di visi sconosciuti che non sanno nulla di te e dei tuoi vicoli.
Forse ci sono città più belle; ma non saranno mai la tua città.

C’è il Natale che si aspetta da bambini: quello dei regali ricevuti, dell’aver intorno tanta gente con cui giocare e divertirsi. Il Natale pieno di mistero.
Poi arriva il Natale dello stare in casa con parenti tutti antipatici; quello del tempo buttato via per stare a tavola invece che con gli amici; dei regali che si ricevono ma che quasi mai sono quello che si sarebbe voluto avere.
C’è il Natale in cui i regali, invece, si fanno; in cui si corre qua e là per trovare quello giusto, quello speciale, quello richiesto.
Il Natale in cui sei tu a cucinare, a preparare ed organizzare; quello in cui sei stanco, ma in fondo è stato divertente.
Arriva poi il Natale in cui sono tuoi i bimbi che sgranano gli occhi davanti alle mille lucine, ai pacchi regalo; quello dei parenti che non vedi da tanto e dei parenti che anche una volta l’anno è troppo. Dei regali pratici e della complicità.
Infine c’è il Natale con la tua famiglia, i tuoi figli, i tuoi nipoti. Quelli che studiano lontano, lavorano lontano e li vedi sempre poco, troppo poco.
Il Natale che vorresti durasse tutto l’anno, in cui hai finalmente intorno tutti i tuoi affetti; che ti da la dimensione di ciò che sei stato e di ciò che rimarrà di te. Perché sai che il Natale non è infinito. E lo apprezzi ogni anno di più.
Il Natale in cui, dei regali, non ti interessa un accidenti.
Averli tutti intorno a te è il tuo regalo.
Qualunque sia il vostro Natale, Buon Natale a voi.
Odio quelli che lasciano i rifiuti per strada, nonostante vi siano cestini e cassonetti in ogni dove.
Cosa c’è: sei in imbarazzo davanti ai cassonetti della differenziata? Non sai se mettere il tuo rifiuto nel contenitore del secco, della carta o dell’umido? Ti pare perciò una valida idea abbandonare il tutto lungo la via?
Pensa che, molto probabilmente, anche i tuoi genitori, quando sei nato, avranno avuto il medesimo imbarazzo. Poi, però, più civilmente di te, ti hanno riportato a casa e tenuto lì.
Odio quelli che partono agli incroci 5 secondi prima che il semaforo diventi verde.
Immagino che tu ti senta idiota a star lì fermo quando dall’altra parte (forse) non arriva nessuno e sapendo che, in ogni caso, costui avrebbe già il semaforo sul rosso; ma devi spiegarmi cosa diavolo ne farai di quei 5 secondi guadagnati.
Se li userai per salvare l’intera umanità da una imminente catastrofe, sei scusato.
Odio chi carica le foto su Flikr con simpatici nomi del genere IMG_1234, CIMG1234, o FOTO 1234.
Si, lo so per esperienza personale: se scatti centinaia di foto, dare a tutte un nome ed una didascalia è operazione noiosa.
Pensa anche a me, però. A me che davanti alle foto di un Barcamp, muoio dalla voglia di sapere chi è chi; oppure di fronte a foto di luoghi mi contorco dalla voglia di sapere dove diavolo sia quella spiaggia/monumento/piazza.
To be continued


