Avrà

Avrà lo sguardo dolce ma saprà averlo cattivo da farmi paura.

Avrà un sorriso da bambina e quando riderà le rideranno gli occhi, le guance e persino il naso.

Avrà momenti di malinconia da acquietare in un abbraccio.

Avrà momenti di allegria che faranno sorridere il mondo intero.

Avrà occhi per tutto quel che mi accade intorno e parole per spiegarmi quello che non ho ancora capito.

Avrà libri, storie, poesie e racconti da raccontarmi.

Avrà tanta voglia di ascoltare e fare domande.

Avrà voglia di parlare, di continuo, senza mai smettere e si farà zittire solo da un bacio.

Avrà musica da ballare e silenzi da ascoltare.

Avrà bisogno di sentirmi addosso e una pelle morbida che sfiorerà la mia.

Avrà il broncio di una bimba e mille idee su cosa debba fare per farlo sparire.

Avrà voglia di giocare e paura d’invecchiare.

Avrà voglia di litigare e più ancora di rappacificare.

Avrà parole severe e dolci e rassicuranti.

Avrà voglia di piangere e commuoversi.

Avrà voglia di ridere e far l’angelo sulla neve.

Avrà voglia di stupirmi e di togliermi un’espressione troppo seria dal volto.

Avrà il profumo di posti lontani e sconosciuti e quello di porti sicuri e rifugi segreti.

Avrà baci da dare e molti di più da richiedere indietro.

Avrà sguardi complici che non avrò bisogno d’interpretare.

E parlerà, parlerà, parlerà.
Dio quanto parlerà.

Pelle

Avevo 18 anni quando l’ho imparato.
18 anni compiuti da pochi mesi; un diploma e una patente freschi da esibire al mondo.

Come tutte le cose che si imparano davvero, quelle che ricordi per sempre, l’ho imparato sulla mia pelle. Nessuno me l’aveva spiegato prima e molto probabilmente, pure l’avessero fatto, a quell’età è difficile fidarsi e dar retta.

L’ho scoperto un giorno quando, con gesto fintamente involontario, sfiorai il braccio di una ragazza che credevo mi piacesse. Lo credevo perché era bella. Lo credevo perché era simpatica, piacevole e divertente. Lo credevo perché sapevo di piacerle.

Lo credevo perché avevo 18 anni e a quell’età se credi che una cosa ti piaccia vuol dire che è così. Non hai sufficiente spazio libero in testa per farci entrare troppi dubbi. Io, il mio, l’avevo già colmo di quesiti esistenziali quali: e se la prossima settimana chiedessi di uscire all’amica di quella mia ex? Oppure lo chiedo a quella che mi sorrideva mentre mangiava il gelato?

Sino ad allora, sfiorare il corpo di una ragazza, una ragazza che mi piaceva – o che credevo mi piacesse, d’accordo, ma abbiamo detto che è una distinzione priva di significato a 18 anni – rappresentava semplicemente un momento di godimento personale, una appendice all’avventura della conquista e una anticipazione di quanto sarebbe accaduto di lì in poi. Un bel momento, ma non così importante.

Non importante come il primo bacio, per dire. O la prima volta che allunghi una mano dove non sta bene allungarla.
Una sensazione piacevole, certo, eppure se non l’avessi mai neppure sfiorata e ci fossimo baciati, così all’improvviso, tenendoci in punta di piedi per evitare di toccarci con null’altro che le labbra, avrei riso tanto; non me la sarei presa neppure un po’ per la mancanza di quel contatto.

Quel giorno, però, qualcosa cambiò e non so perché proprio allora. Eravamo lì: io, una bella ragazza, una panchina e nulla intorno che contasse qualcosa se non i nostri 18 anni e tanti sorrisi. Mentre parlava, la sfiorai disinvolto ma quella che provai non fu la sensazione di piacere e brivido che conoscevo; fu la pelle del suo braccio. Solo quella.

Non capii e pensai di esser distratto dai suoi movimenti, dai suoi occhi dalla sua bocca o di essere più emozionato di quanto pensassi oppure ma che ne so, non lo so, non so niente, in fondo ho solo 18 anni e poco spazio libero in testa.

Perplesso feci finta di nulla: sorridevo, parlavo e ridevo, ma non capivo. C’era qualcosa di strano e di sbagliato: questa volta mica la sfioro e basta, no, questa volta la tocco sul serio.

Così presi la sua mano tra le mie. Non so cosa pensò in quel momento: che fossi troppo veloce e audace, forse, ma non si scompose, non le dispiaceva.

Era una bella mano e percepivo il suo nervosismo. La guardavo negli occhi, due occhi che ricordo ancora, come ricordo il suo profumo, semplice, naturale, fresco e il sorriso pieno e sincero. Eppure tra le dita tenevo un guanto di pelle freddo ed estraneo.

Provai spavento; immerso in una di quelle sensazioni che non sapevo come gestire, come il primo innamoramento, la prima volta che senti l’irrefrenabile desiderio di baciare una ragazza. Solo più brutta, brutta come la paura.

Sarei voluto fuggire lontano e pensavo: hai convinto questa ragazza a uscire con te, l’hai portata in un parco con il sole, parli e ridi con lei, le sfiori la pelle, le prendi la mano. Come minimo si aspetterà che la bacerai o che proverai a farlo, non che tu le dica, scusa, devo scappar via, se vuoi ti accompagno a casa.

Sperai che qualcosa o qualcuno interrompesse quella scena spaventosa salvandomi da un epilogo che neppure riuscivo ad immaginare. Desiderai di capire perché la mia testa e il mio corpo avessero reagito così; se c’era qualcosa che loro avevano scoperto e io non sapessi.

Nessuno, ovviamente, venne in mio aiuto. La riaccompagnai a casa con scuse che sapevo non avrebbero convinto nessuno; ma avevo troppa fretta di liberarmi da quella sensazione e riuscire di nuovo a pensare.

E’ così che ho imparato.
Ho imparato da quella ragazza, e da altre che vennero in seguito, che la mia pelle sa meglio di me cosa vorrei. Ho imparato a sfiorar subito le donne, a stringer loro il braccio, a dar buffetti gentili sulle guance.

Mi capita ancora, a volte, di non sentir nulla sfiorando una donna che penso mi piaccia. Di provare quelle stesse sensazioni. E ho imparato a non restar solo su di una panchina occhi negli occhi con una donna che non ho mai sfiorato prima.

Ho imparato a fidarmi della mia pelle.

Sempre.

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