Sintassi e nobiltà

Miseria e nobiltàSempre più spesso mi capita di imbattermi in discussioni in rete nelle quali emergono uno o più concorrenti pronti a deridere o sottolineare gli errore sintattici e grammaticali di altri, al di la dei significati e contenuti espressi.

La regola che parrebbe guidare il loro ragionamento vuole che un concetto esposto con una errata sintassi, una errata disposizione della punteggiatura o una errata consecutio temporum automaticamente squalifichi lo scrivente rendendo, a caduta, del tutto errato, trascurabile e privo di autorevolezza il concetto espresso.

Quando capita mi viene da immaginare che nessuno di costoro abbia avuto, ad esempio, un nonno come il mio: certo non era in possesso di approfondite conoscenze della sintassi; eppure ho sempre ritenuto fosse un uomo saggio a cui chiedere pareri, punti di vista e consigli.
E mai mi è venuto in mente che avrei dovuto ignorarli per via di un congiuntivo errato.

Una corretta sintassi, quanto un eloquio fluente, sono certamente piacevoli e appagano lo spirito di chi ascolta e li apprezza: ma può un concetto sciocco diventare saggio perché ben esposto?
E’ molto probabile che quando accada sia per via degli ascoltatori: più attenti alla forma che alla sostanza o invidiosi di tali qualità a essi mancanti.
Allo stesso modo: può un concetto saggio diventare sciocco perché non espresso in maniera impeccabile su un piano linguistico?

La distinzione in caste, che i libri di storia relegano a periodi in cui dominavano i nobili sui plebei, non è mai sparita davvero. C’è sempre chi tenta di riproporla ponendo nuove barriere al fine di potersi porre in quella più alta e snob delle due.

Peraltro, la mancata conoscenza degli abissi della lingua italiana – che spesso si verifica per cause che ci sarebbero difficili da comprendere e, quindi, giudicare – dovrebbe essere ancor meno snobbata da chi, a parole, è pronto a difendere i diritti dei derelitti dell’umanità; i popoli che soffrono miseria, fame e morte per colpa di guerre scellerate.

Ma in fondo di persone generose nei fatti oltre che nelle parole, si sa, ve ne sono poche.
E di persone oneste, dotate di sufficiente apertura mentale, non molte di più, temo.

Autorevolezza ed autoritarismo

Essere autorevoli significa essere riconosciuti spontaneamente da chi ci circonda quale persona degna di fiducia e di essere ascoltata. Essere fonte di riflessioni anche per chi non comprenda o condivida appieno i ragionamenti che sottendono le nostre argomentazioni.

Essere autoritari significa imporre il nostro punto di vista a chi ci circonda, obbligando anche chi non lo condivide ad accettarlo sotto il peso del potere e della posizione di privilegio di cui godiamo. Minacciare, insultare, e camminare sulle teste di chi farebbe scelte differenti rispetto a quelle da noi propugnate.

Credo che, negli ultimi tempi, la perdita di autorevolezza di alcuni ormai ex-guru della blogosfera li stia portando a tentare la via dell’autoritarismo: quello che non puoi ottenere con le tue buone motivazioni e la tua autorevolezza, puoi sempre tentare di ottenerlo con l’autoritarismo.

La storia ci ha insegnato che questo è il primo passo verso il crollo.

Per essere autorevoli basta un sussurro. Per essere autoritari basta urlare più forte di tutti gli altri.

Era mio nonno

Quest’uomo era mio nonno.

Da alcuni anni non riposa più sotto l’ombra dell’albero di noce, al fresco della campagna. Ora riposa tra i miei ricordi.

I ricordi di un uomo buono e giusto, di quelli di cui c’è sempre tanto bisogno in un mondo che sa solo correre, perdendo per strada il piacere ed il valore dei rapporti con gli altri e delle piccole cose.

Era nato mentre una guerra infuriava in tutta Europa, ed un’altra dovette viverla sulla propria pelle, sopravvivendo agli eserciti ed alla malaria.
E sopravvivendo alla perdita di una figlia, morta ancora bambina.

Era un uomo dai sentimenti e dai valori antichi, eppure moderno ed aperto al confronto. Un uomo che della ragionevolezza aveva fatto la sua bandiera.

Capace di discutere con me, pieno di adolescenziale fervore, elargendo i suoi consigli che mai diventavano un obbligo; lasciandomi la libertà ed il tempo di comprenderli ed apprezzarli.
E di discutere con me, oramai uomo, delle difficoltà della vita; senza giudicare le mie scelte che, a volte, non condivideva.

E mi manca.
Mi mancano i tempi in cui sapevo di poterlo trovare nella campagna a pochi passi da casa, seduto sotto un albero di noce che lui stesso aveva piantato e che oggi, in maniera terribilmente ingiusta, è sempre più alto e rigoglioso.
Tempi in cui mi era di conforto, nei momenti difficili, anche solo sedermi affianco a lui a parlar di nulla. Guardare le fronde dell’albero muoversi al vento e godermi la sua pace, la pace di un uomo vissuto correttamente e con onore.
Saggio di quella saggezza della vecchiaia; delle tante cose viste e vissute. Quella saggezza che sa essere elargita senza pretendere di essere ascoltata o imposta.

Mi ha lasciato con il dolore di non essergli stato accanto quanto oggi avrei desiderato. Di non potergli mostrare cosa sto facendo della mia vita e renderlo orgoglioso di me.
Di non aver colto abbastanza presto il suo messaggio più forte: quello che conta nella vita di un uomo sono gli affetti di cui si circonda, i propri figli, i propri genitori, la propria famiglia.
Il resto è correr dietro al vento.

E mi ha lasciato con un desiderio: diventare, un giorno, saggio come lui.

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