
Basta una luce fioca, qualche goccia di pioggia e del vento freddo per fare una notte d’inverno.
Una volta creata, in quella notte puoi passeggiare sui marciapiedi umidi della tua città: un cappotto addosso, il bavero alzato e lo sguardo fisso verso il basso, a osservar asfalto e cartacce.
In questa notte d’inverno, mentre cammini sul marciapiede con il tuo cappotto, l’asfalto e le cartacce, può succedere che incontri qualcuno. O qualcuna. Ecco si; qualcuna.
Eccola, viene verso di te. Ha il tuo stesso sguardo abbassato verso asfalto e cartacce ma ha addosso un cappotto rosso.
La vedi attraversare quella notte di luci fioche, gocce d’acqua e folate di vento freddo e farsi sempre meno distante.
Ora è così vicina che ne senti il profumo di vaniglia e di viola, o forse di rosa. Non lo sai cosa sia, ma di certo è il profumo più buono che tu abbia mai sentito.
All’improvviso, mentre ancora pensi al suo odore, alza lo sguardo e ti fissa negli occhi, solo un istante.
Così, può capitare che in una notte strana, una notte che forse è tutta inventata, ti innamori.
Ti innamori di un cappotto rosso, un profumo, uno sguardo stanco e dolcissimo e di un sorriso che non sei neppure sicuro di aver visto davvero.
Ti innamori di un dubbio e di un sogno.
E tornerai tante altre notti in quella notte d’inverno a cercarla, senza incontrarla di nuovo.
Resterà solo il ricordo della tua più bella notte d’inverno.
Una notte che, forse, non è mai esistita.
In una società ideale, abitata da persone che ragionano con razionalità, nessuno costruirebbe case e città in luoghi soggetti a ricorrenti devastazioni; nessuno troverebbe ragionevole vivere alle pendici di un vulcano attivo o in un’area soggetta a continui allagamenti, tifoni e terremoti.
In una società ideale a nessuno verrebbe in mente, scoprendo la pericolosità dell’area in cui si è stabilito, di obiettare al trasferimento in aree più sicure. Chiederebbe, piuttosto, a gran voce aiuto per poterlo fare.
Come sappiamo, però, la nostra non è una società ideale: da migliaia di anni preferiamo ricostruire sulle macerie di città e villaggi distrutti da disastri naturali.
Eppure il compito di uno Stato coraggioso, lungimirante e davvero interessato al benessere dei propri cittadini, non dovrebbe essere quello di agevolare, incentivare e assecondare le pur comprensibili richieste dei cittadini che, a seguito di un disastro, vorrebbero continuare a vivere nelle proprie case e città ricostruite con il contributo di quello stesso Stato: dovrebbe essere. piuttosto, quello di tutelare, con ogni mezzo, la loro sicurezza.
E’ irrazionale ed illogico, tanto quanto emozionalmente comprensibile, che città come L’Aquila, che ha subito terremoti frequentissimi – di quelli documentati dal 1315 ben 8 sono stati distruttivi – vengano ricostruite sulle proprie macerie consapevoli che, tra 5, 20, 50 o 100 anni, questa verrà inevitabilmente rasa nuovamente al suolo; e, nonostante case antisismiche e politiche di prevenzione, vi saranno numerose vittime.
E allora L’Aquila come Pompei: ristrutturazione dei beni culturali, dei suoi tesori artistici e sua trasformazione in località di turismo ambientale, culturale e civico.
Via i cittadini dalla zona: trasferiti in aree più sicure del paese dove, con il contributo dello Stato, possano ricomprare casa, trovare lavoro e uno spazio proprio.
Con un meccanismo simile, applicato regolarmente a tutte le aree a rischio del nostro paese, in pochi anni non avremmo più preoccupazioni, se non per eventi straordinari ed imprevedibili, sulla sorte delle nostre città e dei nostri cittadini.
Poiché, seppur augurandomi non accada mai, zone ad altissimo rischio, come quella vesuviana, potrebbero subire sorti persino peggiori.
E, qualche mese dopo, saremo tutti pronti a ricostruire tutto com’era e dov’era; in attesa che il successivo disastro naturale rada al suolo il frutto di tanto sforzo; ad libitum.
Questa non può essere la soluzione razionale di esseri intelligenti e logici.
Di persone che, oltre che della propria, si preoccupano dell’incolumità dei propri figli e nipoti.

