Viaggiatori

TreniLe stazioni ferroviarie sono piccoli universi. In ognuna c’è tutto quello che vorreste trovare e molto di quello che non vorreste mai vedere.

Ci sono ragazze con lo sguardo stanco e triste di chi lascia o fresco e allegro di chi va a riprendersi la propria vita. Non riesco a fare a meno di osservarle cercando di capire dai loro occhi, dalle espressioni, da vestiti e bagagli che tipo di viaggio sia quello che stanno per intraprendere.
Vanno a incontrare il loro amore o stanno tornando a casa dalla loro famiglia? Oppure partono per nuovi mondi, nuove città dove le attendono università, lavori e amori da scoprire?

In stazione ci sono i volti di chi è sconfitto. Di chi ha perduto anche l’ultima battaglia con la dignità e scava nei cestini dei rifiuti; raccogliendo gli avanzi di chi rispetto a loro ha anche poco, poco di più.
Un di più che segna distanze siderali tra i primi e i secondi.

Vi troverete anche quelli che sono li solo per salutare chi parte. Alcuni soffrendo con poca o nessuna dignità quel distacco, altri con invidia, sapendo che per loro quel viaggio non arriverà mai.

Ma nelle stazioni transitano anche le persone come me, quelle che viaggiano senza una meta, solo per vedere, capire, studiare e conoscere un poco meglio tutto quel mondo confuso di cose e persone che, nostro malgrado, ci ruota intorno.

Quelli come me li ricoscete subito: sembrano trovarsi nel luogo sbagliato ed essere sempre vestiti nel modo sbagliato; sono quelli che è difficile capire se stiano partendo, siano appena arrivati o aspettino qualcuno.

Quelli come me si fermano spesso, appoggiandosi a un pilastro o a un distributore automatico di qualcosa, e vi osservano curiosi. Curiosi dei vostri sguardi, delle vostre ansie o delle vostre allegrie. Curiosi di capire perché siate li e dove vorreste, invece, essere. O se, anche voi come noi, non lo sapete dove. E perché.

Nelle stazioni incontro spesso viaggiatori come me; li riconosco subito e loro riconoscono me.
In quelle occasioni ci scambiamo un rapido sorriso, appena accennato.

E non è un sorriso di solidarietà. Vuol solo dire: non guardare me, io non ho la risposta che cerchi.

Una mano tesa

Foto "Amicizia" di Giovanni Coccoli

Ogni volta in cui ho teso la mano per aiutare qualcuno ho sempre pensato di non dovermi aspettare nulla indietro.
Che aiutare qualcuno sia un gesto di puro egoismo; per sentirsi in pace con se stessi, per sentirsi migliori e potersi guardare con apprezzamento quell’uomo che ogni mattina vedi riflesso in uno specchio.
Poco importa, quindi, se chi ho aiutato non dimostri riconoscenza, non mi guardi con ammirazione e non parli bene di me con tutti i suoi amici: è solo una questione tra me e il mio IO interiore.

Del resto l’esperienza, diretta e indiretta, fatta nei miei anni di vita mi ha insegnato che, quasi sempre, coloro che hanno dovuto ricorrere all’aiuto di un altro per far fronte alle difficoltà che la vita gli stava ponendo innanzi, si vergognano di averlo dovuto fare e cercano di dimenticare velocemente le proprie sconfitte.
E tu, che hai teso loro la mano, sei un indelebile promemoria delle loro disfatte: un promemoria da distruggere e svilire per non doversi mai sentire in alcunché inferiori a te, non doversi sentire mai un perdenti, neanche per un minuto.
Una evidente esigenza umana; eppure una delle più inumane.

Ho, invece, scoperto d’improvviso che ripetermi di non desiderare nulla in cambio delle mie attenzione, della mano tesa, a volte tesa e tesa ancora più volte, è stato solo un tentativo di preservare me stesso; uno sterile tentativo di non essere ferito dalla crudeltà del genere umano; perché so che seppure quegli specifici esseri umani siano persone care e vicine con cui hai condiviso moltissimo della tua vita sono sempre e solo esseri umani; né migliori né peggiori di tanti altri che incrocio ogni giorno senza conoscerne desideri, aspirazioni, odi ed amori.

In fondo qualcosa me lo sono sempre aspettato. Non che mi restituissero l’aiuto prestato, la mano sempre tesa verso di me come l’ho sempre avuta io: mi aspettavo correttezza. Che prima di ferirmi e mentirmi per tutelare un loro egoistico interesse ragionassero e decidessero che no, tu non meriti questo.
Non che arrivassero ad adottare con me la regola aurea cristiana*, ma quantomeno il ben più diffuso adagio confuciano del non far ad altri quello che non vorresti venga fatto a te.

Del resto non ho mai ambito ad essere un uomo buono, mi sono sempre accontentato di cercare di essere un uomo giusto che usa logica e razionalità per affrontare la vita e le sue emergenze; ho considerato gli atti di bontà un piccolo corollario utile a non farmi sentire un elaboratore elettronico, ma una persona capace di gesti di generosità fine a se stessa. E per quanto a lungo mi sia sforzato di convincermi che il non aspettarmi nulla dagli altri fosse la giusta regola di vita (“fai del bene e dimentica, fai del male e ricordalo”, mi diceva sempre mio nonno), anzi, la mia regola di vita, scopro di aver a lungo mentito a me stesso.
Non era così; non è mai stato vero.

Qualcosa, qualche piccola cosa, me la sono sempre aspettata.
E non lo sapevo.

* fai agli altri quello che vorresti gli altri facessero a te

Interneutopia

Sono convinto che, la trasformazione del sistema mondiale passerà per il web.
Non in considerazione del fatto che internet stia cambiando il modo di vivere delle persone, dal momento che quello lo hanno già fatto, molto tempo prima e con maggior impatto, altre invenzioni umane come la ruota, l’automobile o l’energia elettrica.

Ma per quel fondamentale spirito di condivisione ed apertura che è possibile rintracciare nella rete più che in qualsiasi altro ambiente.

Il desiderio di rendere note agli altri le proprie conoscenze, i propri punti di vista; di mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze tecniche, le soluzioni generate grazie alle proprie abilità unite alla caratteristica avversione nei confronti di ogni informazione, conoscenza o prodotto che siano vincolati ad un costo cambieranno la società.

Una società fatta di scambi più che di commercio. Di condivisione più che di vendita della conoscenza. Capace di vedere oltre lo steccato di confini nazionali, ideologici ed etnici.

Da tempo, del resto, si parla della resa del sistema capitalistico tradizionale che, pur essendo in crisi, resta l’unica soluzione possibile dopo il crollo dei sistemi social-comunisti.

Nonostante la spesso manifestata pochezza umana che, mi auguro, verrà soffocata da una grande trasformazione del pensiero umano, sarà proprio la rete ad indicare le vie del cambiamento.

Le cose che hai

Quando, come ogni mattina, ancora assonnato, aprirai il rubinetto del lavabo per risciacquarti il viso non avrai dubbi: ne sgorgherà acqua, come accade tutti i giorni.

E compirai i tuoi gesti quotidiani lamentandoti, probabilmente, che sia troppo fredda, troppo calda, troppo tiepida. O, forse, agirai meccanicamente; senza coscienza.

Ti accorgerai dell’importanza di quel piccolo e scontato miracolo quotidiano il giorno in cui, aprendo il rubinetto, il miracolo non si ripeterà.

E bestemmierai, ti arrabbierai.
Ti parrà impossibile sopravvivere dignitosamente anche solo un’ora, privato di quella che, fino a pochi minuti prima, era una banale e scontata presenza quotidiana.

E’ una maledizione di noi esseri umani, mio buon amico: accorgersi di cosa si possedeva solo quando la si è persa.

Dell’umana piccolezza

Quando, parlando di blog, blogosfera e web 2.0 in generale, usano il termine “virtuale”, onestamente mi incazzo.
“Vita virtuale”, “amici virtuali”, “incontri virtuali”, “amori virtuali” sono termini abusati e perfettamente privi di ogni significato reale.

La nostra vita è fatta da contatti di tipo diverso ogni giorno: contattiamo persone via telefono senza neppure conoscerle perché sono nostri clienti o fornitori; incontriamo di persona tante persone, anche sull’autobus o la metropolitana, nei bar, nei ristoranti, scambiamo chiacchiere con camerieri che non conosciamo ed a nessuno verrebbe in mente di definirli contatti virtuali. E poi amiamo e odiamo persone di cui leggiamo le storie su quotidiani ed alla TV (quanta gente odia o ama Berlusconi o Veltroni senza averli mai incontrati nella loro vita?).

I litigi, le diatribe, i messaggi amorosi, di affetto, ammirazione ed odio che ci scambiamo nella blogosfera ed in generale nel web 2.0 sono reali quanto quelli che scambiamo nella resto delle nostre attività quotidiane. Han ben poco di vituale.

E questo per un semplicissimo motivo: ognuno di noi è quel che è; di fronte ad un monitor quanto faccia a faccia con il suo prossimo.

Se abbiamo qualcosa di buono lo portiamo anche qui. E lo stesso facciamo con quanto abbiamo di meno piacevole ed apprezzabile.

Per questo persino nella blogosfera, che potrebbe facilmente rappresentare il mondo ideale, si litiga, si creano fazioni, si odia e si fanno dispetti a chi non ci va a genio e si creano tensioni sciocche ed al limite dell’assurdo, come quelle che si stanno verificando in questi giorni intorno a BlogBabel.

Siamo esseri umani. Con o senza una tastiera.

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