mar
06
2010
0

Di un bel sorriso

Sorridevi, di un bel sorriso; anche io sorridevo. Facevi boccacce all’obiettivo.

Sembravi felice e lo sembravo anch’io.
Chissà se era tutto vero o se avevamo già smesso di esserlo. E da quanto.

Se quell’amore aveva terminato già il suo viaggio; se lo sapevamo o no.
O se eravamo ancora convinti sarebbe durato a lungo, per sempre, chissà.

Sorridevi di un bel sorriso, però. E facevi boccacce all’obiettivo.

mar
03
2010
3

Corsi e rincorsi

Ci si nasconde, rincorre, palesa la propria esistenza al mondo intero, distrae e distende fino a occupare ogni spazio disponibile e poi, corsi e ricorsi. Ci si ritrae, si torna lentamente a occupare il minor spazio possibile, a rallentare il passo, nascondersi.

Lo si fa senza neppure accorgersene e, se te ne accorgi, fai finta di nulla, fingi sia tutto normale, non ci sia nulla di strano, ogni tanto va così, ora è la cosa migliore, non ho voglia, poi in fondo mi diverte, ci sono un bel po’ di lati positivi.

Poi capisci che, in fondo, non sei così scemo da riuscire a prenderti in giro da solo; scemo si, senza dubbio, ma più scemo di te stesso no, non è possibile.
I lati positivi li stai pagando tutti, ti diverti a brevi tratti, di voglia ne avresti e tanta solo se muovessi un po’ il culo, quando va così puoi sempre far in modo che vada diversamente, se ti affacci dalla finestra o cammini per strada ti accorgi che no, non è per niente normale e solo un idiota al posto tuo farebbe finta di nulla.

E tu, che idiota lo sei, senza dubbio, capisci che non hai alcun bisogno di sforzarti ulteriormente. Riesci già benissimo così.

Allora chiudi un po’ di roba e ti fai qualche promessa. E sei uno di parola, questo almeno te lo devi riconoscere.
Farà un po’ male, tutto fa male del resto, persino le cose belle e buone, figurarsi questa cosa qui se non ne farà.

Spalanchi la finestra, l’aria è fredda, ti affacci, accendi una sigaretta, sputi fuori il fumo, verso il buio e certi rumori che conosci così bene da non esserti mai neppure chiesto cosa siano, chi li stia facendo, perché.
Presto l’aria sarà sempre meno fredda, il sole più forte, la tua vita forse sarà sempre del genere: tutto bene, a casa tutti bene. Ma è la tua e la tieni in mano solo tu. Tu e il caso, quello sciocco zuzzurellone, a dire il vero; ragione in più per non lasciarla del tutto nelle sue mani.

Finisci la sigaretta, ti vesti, scrivi due righe ed esci, senza sapere dove andrai e cosa farai. O forse si, lo sai. Andrai a riempire i polmoni, un respiro dopo l’altro. Una cosa che fai di continuo senza neppure accorgertene, ma per una volta ci penserai; respirerai sapendo di respirare e contando i respiri, perché non basta esser vivi.

Hai una vita da vivere.

Scritto da Novecento in: In my way
mar
01
2010
1

Non infelicità

Oltre alla felicità e all’infelicità, esiste la non felicità, il che, poi, equivale a dire non infelicità.

E’ un momento di sospensione, distacco e, alcune volte, di insensibilità e quasi disarmonia rispetto a ciò che abbiamo intorno.

E, in una vita che sembra indegna d’essere vissuta se priva di sentimorti forti e decisi come, appunto, la felicità e l’infelicità, se in quesi momenti di non felicità – o non infelicità – si resta per un attimo in silenzio trattenendo giusto un istante il respiro, si chiudono gli occhi e si ascolta la musica che abbiamo in testa, potremmo accorgerci che lì, proprio lì, in quel momento di non felicità – o non infelicità – è nascosta, neppure troppo bene, la nostra felicità.

feb
26
2010
18

Stupido, vero?

Il fumo fa male, il fumo uccide, il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno e via andando.
Vero, tutto vero.
Eppure io fumo; non solo io, ovviamente, ma magari ognuno fuma per motivazioni tutte sue, quindi parlo per me.

Il fumo è una dipendenza, tanto quanto potrebbe esserla quella per l’alcool o le droghe.
E come l’abuso di alcool e droga fa male; il fumo fa male.
Ma no, non smetto lo stesso.
Perché? Imbecillità? Forse.

Ma sul serio credete che chi fumi non sappia che potrà star male a causa di quel vizio?
Credete non sappia, bene quanto voi, che, ad esempio, una dieta bilanciata, l’evitare di far tardi di sera facendosi mancare le indispensabili ore di sonno o diventare vegetariani sarebbero scelte di vita intelligenti e che porterebbero enorme beneficio a noi stessi e agli altri?

O che, come voi, non sappia che andare di più a piedi o servirsi dei mezzi pubblici anziché usare l’auto, spegnere sempre le luci, allacciare sempre le cinture, fare una perfetta raccolta differenziata, scegliere sempre e solo prodotti biologici, evitare i prodotti di grandi industrie che inquinano molto, fare a meno di oggetti superflui che hanno un grave impatto sul nostro ecosistema sarebbe una dimostrazione di intelligenza, consapevolezza e coerenza?

Eppure continuiamo a prendere la macchina per andare in centro anziché usare i servizi pubblici, mangiar carne (almeno in maggioranza), comperare oggetti e alimenti senza premiare davvero chi si impegna per la nostra salute e riempire le nostre case di aggeggi e suppellettili oggettivamente non indispensabili senza riguardo per il loro costo in termini ambientali.

Stupido, non trovate?
Già.

feb
22
2010
1

Capelli

Quando qualcosa non mi piace della mia vita e non riesco a non pensarci e a distrarmi, tolgo gli occhiali, sciolgo i capelli e lascio che mi coprano il viso creando una cortina tra me e tutto quanto c’è oltre.

A quel punto apro gli occhi: tutto è appena intuibile, forme vaghe, oggetti indistinti e indistinguibili.
Al riparo da quello che è vero, che non posso scacciare, assaporo la sensazione dei capelli sul viso e la vista di un mondo strano.
Cerco di dare un nome nuovo a quello che vedo, un nome diverso. E immagino di vivere la mia vita da quel momento in poi in un mondo ovattato e da scoprire come quello che vedo ora. Un mondo in cui le cose siano diverse, capovolte, sfumate, delicate. In cui non siano sempre e solo quello che sembrano ma a ognuna si possa dare una interpretazione nuova, anche due o tre senza che nessuna sia in contrasto con l’altra.

Penso che un mondo così esista di sicuro da qualche parte, devo solo continuare a cercarlo, e quando sistemo i capelli e rimetto gli occhiali mi sento meglio.

Perché a volte è indispensabile reimparare a sognare.
Quando certi pensieri, certi pesi che gravano pesanti sulle spalle e sul petto ti fanno dimenticare come si faccia.

feb
20
2010
4

L’inutilità delle persone

Sarà che ci sono giorni in cui fai caso solo a certe cose, a certe parole (come quando rimani incinta e cominci a vedere il mondo invaso di carrozzine e ti domandi dove si fossero nascoste prima), ma in questi giorni un sacco di persone mi dicono la stessa cosa: mi sento inutile.

Che poi a volte significa solo “mi sento impotente”, altre volte invece vuol dire davvero che ci si sente come se, sparendo domani dalla faccia della terra, nessuno ci farebbe più caso dopo la prima settimana di piantino.

Per questo io ogni tanto – come oggi – ripenso al mio amico Diego (ciao, stellina!), che un anno e qualche mese fa ha deciso che insomma, anche basta, e si è messo a correre incontro ad un treno della metro. Eri un atleta, Dié, il migliore tra noi, ma quello aveva il muso troppo duro, anche per un testone come te.

Non eri inutile, Diego. Cazzo. E mi manchi, ancora. E io ci continuo ad andare, sulla tua pagina di faccialibro, e ti lascio i messaggi in bacheca e ti racconto le cose belle che mi succedono, che lo so che li leggono i tuoi e son contenti perché vedono quanto sei riuscito a farti voler bene dagli amici. (E niente, tutte le volte son due lacrimoni gonfi gonfi che rotolano giù).

Ecco, io lo so che uno si fa prendere dal senso di colpa, in questi casi, e dal delirio di onnipotenza (come se l’aver telefonato una volta di più o scritto una mail di più avesse potuto dare un senso ad una vita ritenuta inutile), però penso anche che quelli che non ci sono più han fatto la loro scelta, ma quelli che ci sono, sono ancora qui. E hanno orecchie e hanno occhi e braccia.

E io vi ascolto più che posso, vi osservo e vi abbraccio. Per quanto mi è possibile. Per quello che non so fare, perdonatemi.

Questo post è stato scritto sul Tumblr Poche idee, ma confuse.
E un Tumblr, per sua natura, tende a seppellire nel suo scorrere tutto quello che contiene.
Non volevo che delle parole tanto belle potessero perdersi, disperdersi e mescolarsi sino a sparire tra mille altre parole. Allora ho convinto Batchiara a pubblicarlo qui.

E sono contento abbia accettato.

Scritto da Batchiara in: Ospiti

feb
17
2010
7

Illuminazioni e mutande

Non è che non ci pensi mai. Ogni tanto delle domande te le fai anche. Domande semplici, basilari, tipo: ma che cazzo sto facendo? oppure: e adesso che accidenti vuole quel tizio nello specchio?
Ma tanto non se ne viene a capo di nulla e lasci perdere, anche perché al tizio nello specchio gli vuoi persino bene, povero cristo. Inutile farlo arrovellare per niente.

Perché le illuminazioni, quei lampi di luce che fan si che tu ti renda conto di cose che sono state per mesi o anni misteri, sono stronze.
Hai sempre immaginato che, come nei telefilm, bastasse mettersi seduti carini sul divano, immersi nella penombra, note di Paolo Conte nell’aria, il tuo Islay preferito nel bicchiere, la sigaretta appoggiata al posacenere mentre fuori fa freddo e tu hai addosso dei pantaloni caldi di lana e il maglioncino di cashmere da fighetto, l’aria concentrata, lo sguardo appassionato ed eccola lì, l’illuminazione.

E no. Non funziona così, cari sceneggiatori coglioni e americani.
Capita invece che sei a letto, non riesci a prendere sonno e ti accorgi stranamente di avere fame. Probabilmente perché da un po’ di tempo hai iniziato a dimenticarti di pranzare e di cenare.
Con l’affabilità di un bisonte incazzato ti alzi e inizi a scavare nella dispensa, in cucina fino a che non trovi quello che cercavi, o qualcosa che gli si avvicini il più possibile. Rimesti quel po’ di roba variamente colorata che hai trovato e mangi velocemente, perché sono le 3 di notte e tra poche ore dovrai essere di nuovo in piedi; ancora più incazzato, presumibilmente.

E così, dicevamo, sono le tre di notte, hai una scodella in una mano, una forchetta nell’altra e mangi, in piedi, con il culo appoggiato al metallo freddo del lavello e fissi, con lo sguardo sveglio tipico del lemure narcolettico, il vuoto. O meglio, il buio. Un cazzo insomma.

E non pensi. Voi direte: è impossibile non pensare. Ma io vi rispondo che è possibilissimo se sono le tre di notte, sei in piedi in mutande, hai una scodella di plastica blu in una mano, una forchetta di acciaio nell’altra e il culo appoggiato al freddo metallico di un lavello. Ché se anche un solo pensiero attraversasse la tua mente in quel momento ti direbbe: sposta quel culo da lì, imbecille visto che è febbraio e fa un freddo maiale.

La verità è che neppure sai cos’è che stai mangiando. Lo hai preparato – malamente mescolato insieme a dire il vero – ma se ti chiedessero a sorpresa cosa c’è lì dentro, puoi scommetterci quel che vuoi, non lo sapresti dire: non sono preparato e poi questa settimana toccava a quello stronzo di Fillipini essere interrogato.

Figurarsi, quindi, se in quel momento ti stai domandando delle cose, interrogandoti sui grandi misteri della vita, della tua esistenza e del riscaldamento globale che vorrei tanto parlarci visto il freddo suino che fa.
Eppure è in momenti come quelli, cari stronzissimi sceneggiatori hollywoodiani, che arrivano le illuminazioni: quelle folgorazioni capaci di svelare misteri che per mesi o anni ti hanno lasciato sgomento.

Perché le illuminazioni, come la vita del resto, sono stronze. Amano trovarti, e lasciarti, in mutande.

Nota: curiosi di sapere quale sia stata l’illuminazione? Con buona pace di Douglas Adams, è 41.

feb
16
2010
2

Poca carta, inchiostro e molte parole

Qualunque cosa raccontino, i libri ti cambiano. Non si limitano a cambiare la tua vita: cambiano te, il tuo modo di interpretare, di conoscere, di sapere.

Non ho mai amato i libri che spiegano la vita; amo quelli che ne mostrano un pezzetto e lasciano che sia tu a trarre la morale, se una morale c’è.

Ho amato libri diversi tra loro, libri come Cent’anni di solitudine, capace di insegnarmi che non tutto è in quel che puoi vedere e toccare, a guardare oltre, più in la che posso; a cercare il bello anche nel fango e in quello che non comprendo e mi sembra incredibile. O libri come Il nudo e il morto che raccontano quanto possa essere dura, cruda e materialista l’esistenza. Quanta poca poesia possa essere nel vivere.

Libri che ti lasciano capire, senza spiegarti mai. Senza darti nessuna verità pronta da mangiare. Libri in cui le facce sono quelle cha hai scelto tu e il verde è verde come tu immagini il verde, e nessun altro.

Libri in cui qualcuno si annienta per te, lasciando che sia tu a decidere se affrontare gli stessi percorsi. Libri in cui i tormenti sono i tuoi tormenti e altri in cui non ti riconoscerai mai. Ma con cui imparare a rispettare quanto ora non puoi capire. E forse mai.

Libri che permettono di visitare posti che non vedrò mai, in epoche che non ho vissuto e luoghi che non esistono più.

Porto i segni di ogni libro che ho letto come piccole cicatrici, ornamenti del tempo che passa e della vita vissuta. Alcune quasi impercettibili, altre profonde e incancellabili.

Così tanto in poca carta, inchiostro e molte parole.

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    marzo: 2010
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