Non è che non ci pensi mai. Ogni tanto delle domande te le fai anche. Domande semplici, basilari, tipo: ma che cazzo sto facendo? oppure: e adesso che accidenti vuole quel tizio nello specchio?
Ma tanto non se ne viene a capo di nulla e lasci perdere, anche perché al tizio nello specchio gli vuoi persino bene, povero cristo. Inutile farlo arrovellare per niente.
Perché le illuminazioni, quei lampi di luce che fan si che tu ti renda conto di cose che sono state per mesi o anni misteri, sono stronze.
Hai sempre immaginato che, come nei telefilm, bastasse mettersi seduti carini sul divano, immersi nella penombra, note di Paolo Conte nell’aria, il tuo Islay preferito nel bicchiere, la sigaretta appoggiata al posacenere mentre fuori fa freddo e tu hai addosso dei pantaloni caldi di lana e il maglioncino di cashmere da fighetto, l’aria concentrata, lo sguardo appassionato ed eccola lì, l’illuminazione.
E no. Non funziona così, cari sceneggiatori coglioni e americani.
Capita invece che sei a letto, non riesci a prendere sonno e ti accorgi stranamente di avere fame. Probabilmente perché da un po’ di tempo hai iniziato a dimenticarti di pranzare e di cenare.
Con l’affabilità di un bisonte incazzato ti alzi e inizi a scavare nella dispensa, in cucina fino a che non trovi quello che cercavi, o qualcosa che gli si avvicini il più possibile. Rimesti quel po’ di roba variamente colorata che hai trovato e mangi velocemente, perché sono le 3 di notte e tra poche ore dovrai essere di nuovo in piedi; ancora più incazzato, presumibilmente.
E così, dicevamo, sono le tre di notte, hai una scodella in una mano, una forchetta nell’altra e mangi, in piedi, con il culo appoggiato al metallo freddo del lavello e fissi, con lo sguardo sveglio tipico del lemure narcolettico, il vuoto. O meglio, il buio. Un cazzo insomma.
E non pensi. Voi direte: è impossibile non pensare. Ma io vi rispondo che è possibilissimo se sono le tre di notte, sei in piedi in mutande, hai una scodella di plastica blu in una mano, una forchetta di acciaio nell’altra e il culo appoggiato al freddo metallico di un lavello. Ché se anche un solo pensiero attraversasse la tua mente in quel momento ti direbbe: sposta quel culo da lì, imbecille visto che è febbraio e fa un freddo maiale.
La verità è che neppure sai cos’è che stai mangiando. Lo hai preparato – malamente mescolato insieme a dire il vero – ma se ti chiedessero a sorpresa cosa c’è lì dentro, puoi scommetterci quel che vuoi, non lo sapresti dire: non sono preparato e poi questa settimana toccava a quello stronzo di Fillipini essere interrogato.
Figurarsi, quindi, se in quel momento ti stai domandando delle cose, interrogandoti sui grandi misteri della vita, della tua esistenza e del riscaldamento globale che vorrei tanto parlarci visto il freddo suino che fa.
Eppure è in momenti come quelli, cari stronzissimi sceneggiatori hollywoodiani, che arrivano le illuminazioni: quelle folgorazioni capaci di svelare misteri che per mesi o anni ti hanno lasciato sgomento.
Perché le illuminazioni, come la vita del resto, sono stronze. Amano trovarti, e lasciarti, in mutande.
Nota: curiosi di sapere quale sia stata l’illuminazione? Con buona pace di Douglas Adams, è 41.