8.1.12

A star seduto lì su quella sedia, mi sono tornati in mente ricordi che neppure sapevo di conservare.
Mi sono ricordato di quella volta in cui, seduto sulla stessa sedia – o forse era un’altra, ma comunque sistemata nello stesso punto – ti guardavo girata di spalle mentre eri affaccendata ai fornelli. Non ti è mai piaciuto cucinare, ma quelle cose che ti piacevano molto le sapevi preparare. Di alcune ricordo ancora il sapore, o forse è solo il ricordo malinconico di un sapore, forse non avevano nulla di speciale ed è stato solo il tempo passato a renderlo migliore.
Io, seduto, mangiavo una fetta di formaggio – anche il ricordo di quel formaggio ha un buon sapore – e tu ti sei voltata, mi hai guardato e sei scoppiata a ridere.
Forse era per il modo in cui lo mordicchiavo, forse perché avevo una espressione buffa con quel formaggio tra i denti, distratto dai miei pensieri e i capelli spettinati – dei capelli spettinati non mi ricordo, ma conoscendomi non poteva essere altrimenti.

Hai solo riso, senza dir nulla. Poi ti sei voltata di nuovo e hai ripreso a fare quello che stavi facendo.
Non ti ho chiesto perché lo avessi fatto. Non era importante. Avevi riso; andava bene così. Neppure ora è importante, non più di allora.

È che a star seduto lì, su quella stessa sedia, in quel punto preciso, mi sono tornate in mente tante cose.
Ed è per questo che mi sono alzato e l’ho spostata. Avrei voluto afferrarla e portata via, ma nessuno ne avrebbe capito il motivo. Avrei dovuto spiegarlo senza sapere neppure da che parte iniziare.

E poi non avrebbe avuto senso.
Su quella sedia, in quel punto preciso, non mi sederò più comunque.

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Complicare il pane

Ci sono espressioni della nostra lingua che sono proprio belle.
Sono belle soprattutto quando, in poche parole, riescono a esprimere concetti complessi o sentimenti elaborati.

Una delle espressioni che ho sempre amato molto è “complicare il pane”.

Il pane, bene fondamentale, semplice, immediato, alla base della dieta di miliardi di esseri umani fatto di pochi ingredienti elementari.
Cosa c’è di meglio per rendere l’idea di semplicità? Poche cose sono semplici e immediate da comprendere come il pane.
Quanto è semplice comprenderne l’importanza e la genuinità della sua ricetta è spesso semplice vivere la propria esistenza, fare scelte logiche, decidere cosa sia più saggio fare e cosa non lo sia.

Ma la tentazione di rendere ogni fatto della vita più complesso e difficile è troppo forte.
E allora costruiamo intorno alle nostre esistenze corollari di pensieri , speranze, sogni e ideali che rendono infinitamente complesse anche le vicende più banali.
Facciamo scelte che ci conducono per vie impervie abbandonando strade maestre larghe e comode.

Amori scomodi e difficili, sogni irrealizzabili inseguiti senza pensare a poi, a quello che succederà. A quanto potrebbe andare male. A come vivremo quel momento.
Inseguiamo chimere e terre lontane, scartando quello che potremmo avere allungando un braccio, quello che potremmo avere se solo lo volessimo.
Resistiamo come Ulisse alle sirene a quello che abbiamo già per inseguire idee e sogni che neppure riusciamo a scorgere all’orizzonte.
Per rincorrere qualcosa che non sappiamo che sapore avrà quando lo addenteremo, stringendolo tra le mani.

Ci complichiamo il pane, orgogliosi dell’averlo fatto. Convinti che quella sia la nostra via, la sola che avremmo potuto percorrere.
A volte la storia ci da ragione. E questo è già abbastanza.

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane,
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore,
ci si passa sopra almeno due tre volte i piedi come sulle aiuole
(Giudizi Universali – Samuele Bersani) 
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Molecole complesse

È un lavoro strano il mio. So che farai fatica a capirlo, ma non preoccuparti: ci sono giorni in cui anche a me resta difficile comprenderlo.
E ultimamente quei giorni capitano sempre più di frequente.

Il mio lavoro è rendere semplici le cose difficili. Piccole cose della vita o grandi problemi esistenziali, non fa differenza: tutto va reso più semplice. Per alleggerire, sopravvivere, andare oltre. Per sperare ancora.
Spesso, molto spesso, non è più questione di vivere meglio o sorridere di più: è trovare la ragione sottile che separa il voler essere vivi dal non desiderarlo più.

Digerisco le vite degli altri, è questo che faccio. Come un batterio o un enzima, circondo quello che è troppo complicato e lo consumo sino a che non ne resta una struttura più semplice. Più facile da capire e accettare.
È un processo lento che, oltre a consumare le molecole complesse della vita quotidiana o dei momenti più difficili, poco a poco consuma anche me. Ma nessuno è destinato a vivere per sempre e non c’è nulla di diverso che mi aspetti dalla mia esistenza.

Un processo che nasce nella mia testa mentre osservo ciò che devo affrontare, quello che altri portano pesantemente addosso, rischiando di rimanerne schiacciati, fino a che non scoprono la mia esistenza e il mio ruolo nel ciclo monotono dell’esistenza umana.
Allora lo scaricano su di me, confidenti che possa fare quanto per loro è impossibile. Lasciano sul mio tavolo le cose difficili e mi guardano con occhi pieni di speranza e preventiva gratitudine.
A volte il loro sguardo tradisce dubbio e sospetto, ma nel profondo del loro animo tutti nutrono la speranza che sia vero e possa accadere sul serio. Lascio che si siedano su una comoda poltrona e restino lì a osservarmi. Li vedo già più felici e leggeri, persino gli scettici e i sospettosi.

Guardo quel groviglio frutto di incuria e disattenzione, lasciato crescere a dismisura, intrico di tanti piccoli dolori ormai quasi indistinguibili gli uni dagli altri. Lo fisso con calma e lascio che la mia testa lo studi, lo smonti, ne ritrovi le tracce alla ricerca di un punto di inizio, di fine, di collegamento.
Piano inizio a ricomporne le forme, dissolverne i nodi più grandi, sino che non si trasforma in una lunga linea retta senza interruzioni, curve o deviazioni. Mentre lo faccio, mi osservano increduli e, ti sembrerà strano, ogni volta soffrendo: per quanto facessero male, quegli intrichi e quei nodi sono parte di loro, di come si sono visti allo specchio per anni e del mondo in cui sono vissuti. A quei nodi e quegli intrichi coltivati per anni si finisce per affezionarsi. Anche quando non ne possono più e sono stanchi di lottare, sono schiavi di una sorta di sindrome di Stoccolma che glieli fa sentire vicini, propri. In qualche modo sentono che di dovergli qualcosa, che c’è qualcosa per cui dovrebbero ringraziarli.

Non è difficile svolgere curve, sciogliere nodi, riordinare, trovare inizio, fine o connessioni. È un lavoro quasi meccanico, svelto, istintivo. Qualche volta capita di sbagliare l’ordine: mettere prima cose che dovevano andare dopo o dopo cose che dovevano andare prima. Con il tempo si impara e questi errori diventano più rari. Ci sono sempre indizi evidenti, basta saperli guardare. Sono indizi che, quando impari a riconoscerli, ti accorgi che pulsano, vibrano bramosi di essere trovati. Hanno atteso a lungo qualcuno che li scovasse e sembrano aspettare che qualcuno li accarezzi comprensivo e li allinei ordinatamente facendoli sentire tranquilli e rasserenati. Allora smettono di vibrare e pulsare e trovano la pace agognata.

La parte più difficile è la successiva; quando, dopo aver allineato e raddrizzato il tutto, arriva il momento di riconsegnare al proprietario quella nuova realtà. Nessuno la riprende indietro accettandola allo stesso modo. C’è chi vorrebbe conservarla allineata, così come la vede distesa sul mio tavolo, preoccupati che possa ricreare anche un solo intrico. Ma il luogo in cui devono riaccomodarla è stretto, angusto e dalle pareti irregolari. È impossibile che non si ricreino volute, circoli e serpentine.
Il risultato è meno complesso di quanto c’era prima, ma pur sempre intricato, proprio come il mistero della mente che fa di ognuno l’essere unico che è. Altri, spaventati, non riconoscono più come proprio quello che gli ho riconsegnato e non vedono l’ora di riappropriarsene il più rapidamente possibile, cercando di ricreare le stesse forme complesse che avevano tirato fuori e di cui avevano voluto liberarsi. Per tornare a sentirsi sé stessi, rassicurati dal potersi specchiare riconoscendosi; per il conforto che dava loro la propria sofferenza.

Quando arriva questo momento non è più la mente a operare, ma il cuore. È il tatto delle mie dita, mentre restituisco il loro fardello accompagnandolo all’interno dei suoi spazi, a procurarmi pace o sofferenza, a seconda che si stia sistemando tutto a dovere o no. Resistere alla tentazione di urlare di dolore è difficile, ma è un lusso che non posso permettermi. Stringo i denti e sistemo ogni cosa al meglio possibile. Capita anche di dovermi arrendere di fronte a chi quel corpo lo sente estraneo e si ribella.
La sofferenza in quei frangenti è intollerabile, ma anche a questo dopo un po’ si fa l’abitudine. È il rischio del mio mestiere.

È un mestiere strano, il mio. Un mestiere in cui nessuno paga e nessuno viene pagato. In cui nessuno è tenuto a dire grazie e nessuno si aspettare di ascoltarne.
Nelle giornate buone, quando seppure con un po’ di dolore riesco a risistemare per bene ogni cosa, scorgo un sorriso spuntare sul viso di chi hai davanti. E allora dimentico il dolore e quel poco di me che anche oggi si è consumato, scivolando via. E mi basta.
Centellino quei sorrisi e quegli sguardi di apprensione che si trasformano in speranza per poi diventare increduli, un poco al giorno facendomeli bastare anche per le giornate meno buone. Quelle in cui nulla è cambiato e ogni cosa è tornata com’era. Aspetto domani e un nuovo sorriso.
Sino a quando ogni cosa sarà consumata e non ci sarà più questo tavolo ad accogliere nature intricate e molecole complesse.

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Aria

Mentre sono seduto qui e ti guardo, penso a un gioco nuovo. Un gioco in cui per una volta non è la mia vita a essere il premio in palio.
In cui perdere o vincere faccia poca differenza.
Di quelli in cui quando perdi ti tiri su, chiami un amico e ne ridi e scherzi con lui davanti a una birra, seduto sulle panche di legno consumato di un pub.
Respirando aria come fosse sempre la stessa di sempre, dallo stesso sapore.

Tu neppure ti volti e guardi chissà dove. Non so a cosa pensi e non credo neppure di volerlo sapere.
Probabilmente pensi già a domani. A dopo. Ai posti in cui andrai, alle cose che farai. Alle persone da cui ti rifugerai, quelle con cui ti confiderai.
Forse dovrei pensare alle stesse cose. Ma non ci riesco.

Seduto qui guardo le tue spalle e i tuoi capelli. La linea della tua schiena. Respiro quest’aria trasparente che non è più la stessa. E non ha più lo stesso sapore.
Immagino di galleggiarci privo di peso e in un attimo dissolvermi e diventare aria io stesso.
L’aria che respirerai, in cui ti muoverai. Che attraverserà i tuoi capelli e sfiorerà ancora un volta le guance.
Aria che farà cadere d’autunno le foglie dagli alberi che vedi dalla tua finestra e si insinuerà tra cappotti e sciarpe d’inverno.
Che ti abbracci, ti tenga stretta a sé senza lasciarti andare via, come non sono capace di fare io.

Ti alzi, con la faccia seria e a passo deciso esci senza dire una parola. Mi lasci a fissare il luogo in cui prima c’eri tu.
Ora c’è solo aria a occupare lo spazio che hai lasciato vuoto.
Per un attimo penso che sei riuscita a farlo. A tramutarti in aria, dissolverti in un istante. Ma sento il rumore dei tuoi ultimi passi e del portone che si chiude.

Non riesco a smettere di fissare lo stesso punto, quello in cui hai lasciato solo aria; di un sapore diverso.
Forse quel gioco non esiste ed è inutile che ci pensi.
Tornerò a giocare di nuovo un gioco in cui perdere significa sognare di diventare aria, dissolversi e viaggiare lontano.

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Cose da fare

Ci sono cose che ho dimenticato, che ho smesso di fare.

Fotografare quello che vedo come non l’avessi ma visto prima.
Mescolare colori, sentire l’odore di olio e trementina, e gettarli con rabbia su una tela.
Restare sveglio fino all’alba a leggere libri.
Tenere tra le dita un bicchiere e ascoltare il silenzio di un vecchio amico senza nulla da doversi raccontare.
Mescolarmi tra la folla degli sconosciuti.
Aspettare l’alba seduto sul mio muretto, di fronte al mare per poi andare a dormire in pace.
Far scorrere asfalto sconosciuto sotto le ruote.
Scrivere pagine e pagine di carta per poi ridurle in coriandoli e gettarle via.
Camminare in un bosco con la paura di potermi perdere.
Partire per un viaggio senza pensare a quello che ho lasciato, a quello che troverò al ritorno.

Rimettere in ordine certi cassetti.

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Strappati di dosso

Creare è strapparsi di dosso le cose migliori di sé.
Ogni frase, ogni tratto di matita, ogni pennellata, sono pezzi di te che escono e vagano via, verso un indefinito destino. Smettono di essere parte di te, di quello che vive nella tua mente per diventare in un istante oggetti estranei da osservare a distanza.

Sono pensieri, idee e parole in meno nella tua testa sovraffollata. Spesso fuggono via dalle tue stesse mani, dalla tua bocca, senza che tu abbia la forza o la volontà di trattenerle.
A volte, invece, le spingi fuori a forza, per liberartene; sperando che una volta fuori smettano di ronzare e occupare spazio che vorresti poter dedicare ad altro, a qualcosa di più piacevole, qualcosa di più leggero. Vuoi solo che escano da lì e smettano di far male.

E così, pezzo dopo pezzo, finisci per svuotarti. Felice solo per un attimo.
Sino a che non ti accorgi che tutte quelle cose, quelle che facevano più male, spingevano più forte, ronzavano senza darti mai pace, erano le cose migliori che possedevi.

Ora puoi solo osservarle da lontano, distanti. Come chiunque altro: non ti appartengono più.
Sono state tue per tanto tempo, quando neppure sapevi cosa fossero, mescolate e confuse. Le hai sentite ancora più tue proprio mentre le lasciavi fluire fuori da te, dalla tua bocca, dalle tue mani, dalla tua testa. Nell’attimo in cui le stavi perdendo.

E non ti resta che passare oltre. Dimenticarle.
Non torneranno più; non così reali.
Ne conserverai solo una copia sbiadita.

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Disegni di fumo

Giorni di nuvole, foschia e lacrime sottili che dal cielo cadono lente, rimanendo quasi sospese.

È in giorni così che senti tutto te stesso. Ne senti il peso sul petto, le gambe, sulle mani.
Senza distrazioni di suoni, voci, colori e luce; seduto sul divano, le ultime luci della giornata a illuminare la stanza.

Accendi una sigaretta e guardi le volute di fumo che si sollevano nell’aria immobile. Le guardi fluttuare, stringersi e allargarsi, creare figure affascinanti per  un istante e poi mescolarsi e sparire. Basta un piccolo spostamento, un respiro più forte e cambiano il loro percorso, il loro disegno, la loro trama.

Muovi la sigaretta, usandola come una matita, cercando di trasformare il fumo in un tratto di grafite. Ma le forze in gioco sono tante, sono troppe. E anche quando riesci a ottenere il disegno che desideravi, dura un attimo; poi svanisce.

Non molto diverso da quello che hai sempre fatto con la tua vita.
Ti sei agitato, sei stato fermo. Hai cercato di disegnarne i tratti. Accompagnarla nella direzione che desideravi. Hai cercato di lasciare un segno, marcato o leggero.
Volevi disegnare un fiore, una casa o una persona. A volte ci sei riuscito. Ma ogni il disegno è sparito, diluito, nello spazio, nel tempo, tra le persone.
Sarebbe bastato un gesto diverso e il disegno sarebbe stato diverso. Un alito di vento in meno, un respiro più lento, uno sguardo più attento. Tutto sarebbe stato diverso. Forse migliore. Forse no.
Sarebbe bastato non farsi distrarre, essere più concentrati. Non aprire la bocca e soffiare parole. O aprirla e soffiarne di più, più forte.

I disegni migliori resteranno quelli che hai creato mentre neppure guardavi, non aspettandoti nulla.
Quando la sigaretta pendeva tra le tue dita e guardavi alla finestra le ultime luci di un giorno che sta finendo, in una giornata di nuvole e foschia. In cui dal cielo lacrime sottili cadono lente. Quasi sospese.

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Quando

Vorrei saperti dire quando, ma lo sai, la mia memoria non è mai stata un granché.
Posso solo dirti è che è successo lentamente. Senza che me ne accorgessi.
È arrivato piano, mellifluo e silenzioso come un serpente. E del serpente aveva le movenze, lo spostarsi circospetto.
Vorrei poterti dire l’ora, il minuto esatto.
Vorrei poterti dire che è successo nell’istante stesso in cui, tra le tue mani, l’ho confessato. Più a me stesso che a te.
Mentirei. Era già successo.
Ho segreti che il cuore stesso mi tiene nascosti.
Lascia che, quando sia giunto il momento, da soli si rivelino.
Una sera qualsiasi. In un luogo banale.
Senza stelle luminose da guardare, musica suadente da ascoltare.
Solo i tuoi occhi a illuminare una stanza, le note dei tuoi sorrisi sullo spartito.
Vorrei saperti dire quando, ma non lo saprò mai davvero.
Quello che potrei dirti è quanto.
Ma voglio che lo scopra da te.

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Banale, forse.

È difficile parlare d’amore, senza diventar banali.
Anche se nessun amore lo è mai, banale.
In qualunque luogo del mondo esso nasca.
Ognuno vive di uno spirito unico.
Non paragonabile, mai replicabile.

Eppure è difficile raccontare sensazioni.
Le mani tra le mie.
Il tepore umido delle tue labbra.
Le dita che percorrono il tuo viso.
Il colore dei tuoi occhi, guardati da vicino.

Difficile raccontare senza ripetere parole già scritte.
Il suono della tua risata.
Le pieghe del tuo sorriso.
Le parole d’amore sussurrate.
Gli sguardi che di parole non han bisogno.

Impossibile spiegarne la bellezza.
Le mani intrecciate nei capelli.
Parlare sino a crollare addormentati.
I raccontami qualcosa che non so.
Il profilo del tuo corpo alla luce del mattino.

Ma ogni amore merita d’essere raccontato.
Anche se potrà sembrare banale.
Lo sarà quanto un amore può esserlo.
Agli occhi di chi non lo vive.
Non ai miei, non ai tuoi.

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Con le nostre mani

Sono rinchiuso in questo carcere da, beh, a essere onesto non me lo ricordo più da quanto. Da tanto.
Ho visto tante stagioni passare, una dietro all’altra. Estati calde, inverni freddi. Così tante che i ricordi si accavallano nella mia mente.
Cose successe tanti anni fa che ricordo come avvenute da poco. Cose accadute ieri che mi paiono successe anni fa.

Non che succeda poi molto qui. È una prigione, come tante altre. Alti e bassi, certo: giornate che scorrono più leggere e altre che non sembrano voler passare mai.
Le persone che incontro ogni giorno mi sono estranee. Nessuno ha una gran voglia di parlare. Ci si scambiano cenni, a volte una sigaretta.
In questo carcere che odora di muffa e di carne umana lasciata a marcire, ogni tanto arriva qualcuno di nuovo.
Siamo tutti curiosi all’inizio e li annusiamo come cani, li studiamo. E poi ci dimentichiamo di loro.
Qualcuno va via. Verso altre prigioni o una libertà precaria. Qualcuno non ce la fa più e va via per sempre, per scelta o solo perché era giunto il momento di togliere il disturbo.

Tutto avviene silenziosamente.

In questo carcere tutti si sfiorano ma nessuno si tocca mai veramente. Tutti conoscono tutti e nessuno sa davvero chi siano gli altri, tutti intangibili come raggi di luna.
Un cenno del capo, una sigaretta, qualche smorfia del viso. Poi ognuno nel suo piccolo spazio. Stretto ma non abbastanza da farci desiderare di essere compatti.
Teniamo tante cose dentro, raccolte dentro un fazzoletto di cotone. Le coccoliamo, alimentiamo e le teniamo nascoste.
I nostri pensieri, i nostri dolori, i nostri pentimenti sono le sole cose ancora solo nostre.

In questo carcere dalle mura spesse, diventate sempre più spesso ad ogni stagione, non sogniamo. Non più.
Abbiamo smesso subito. Dopo aver visto morire il primo sole oltre le inferriate delle finestre piccole e sporche.

Questa prigione fredda e dura come roccia l’abbiamo costruita noi, con le nostre mani. Le abbiamo affidato, più o meno consapevolmente, le nostre vite.
Perché ci proteggesse da un mondo che non abbiamo saputo amare abbastanza. Perché proteggesse quel mondo da noi e dalla nostra presenza estranea.
Perché non fossimo più uomini tra gli uomini, padri, figli, fratelli o mariti.

Per scelta o solo perché era giunto il momento di togliere il disturbo.

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Simple Minds

C’è una strada, in salita.
Mi capita raramente di percorrerla. Molto raramente.
È una strada di campagna con alberi sul ciglio, circondata da campi lavorati e macchie di verde selvatico.

Intorno, la vista di colline che si sovrappongono l’una all’altra, catene di monti sullo sfondo da un lato e la vista del mare nelle intersezioni delle colline dall’altro.
Il traffico di auto è rado e il silenzio quasi totale.
L’odore è dell’erba fresca e della terra.

Quando mi capita di percorrerla, risalendola, compio un viaggio indietro nel tempo. Dopo le prime due curve ho già lasciato il 2000 alle spalle.
Ancora un’altra curva, 1999, un’altra, 1998. Sino a che, in questo curioso viaggio nel tempo, arrivo alla mia destinazione, un luogo in cui, sulla sommità della collina, il tempo è fermo in un imprecisato momento tra il 1988 e il 1989.
Quel luogo, in cui la musica si è fermata ai Tears For Fears, Depeche Mode e Simple Minds, sembra aver assorbito me stesso, il me stesso, ragazzo, che viveva quegli anni.

Ogni chilometro lungo quella strada sembra alleggerire il cuore di dolori, pesantezze, responsabilità. Le ruote sembrano scorrere con minore attrito mentre l’aria che mi colpisce in viso sembra più pulita, più ricca di odori e ossigeno.
Sempre meno ricordi di cui sopportare il peso, sostituiti da altri, rimasti da troppo nascosti alle loro spalle. Si fanno largo spingendo sino a raggiungere i miei occhi, il mio naso, la bocca, le dita.
Altri visi, altri sorrisi. Altre fitte dolorose al cuore. Altre lacrime. Più sincere.

Fermo in quel luogo, non riesco ad accendere una sigaretta. In quegli anni non fumavo, nessuno di noi fumava allora.
Mi sento in un corpo non mio. Gesti che non sono miei. E allora guardo solo davanti, perché quello che vedo è sempre uguale a sé stesso.
Stesse le colline, stessi i monti e il mare. Stessi gli alberi alla cui ombra d’estate baciavo, accarezzavo, parlavo del futuro e altre sciocchezze importanti come nient’altro. Pensieri e azioni semplici, senza il peso delle conseguenze, delle delusioni, degli addii. Quando tutto era per sempre.

E invece nulla lo è mai stato. Nessuna delle promesse fatte, dei progetti organizzati distesi guardando le stelle quando fuggivamo lì, rubando il motorino a un amico più grande.
Nessun progetto è mai stato così grande da allora. Nessun amore più completo. Nessun bacio così dolce. Nessun sogno così vero.

Ogni volta, quando risalgo in sella e sto per andare via da lì mi riprometto che non tornerò mai più. A farmi male in quel luogo fuori dal tempo, in quel luogo che non esiste. A inquinare con un altro alieno me stesso la memoria di me, di quello avrei sempre voluto essere e restare. Eppure capita ogni tanto che il richiamo si faccia forte, più forte di me e della mia scarsa volontà. So che tornerò, prima o poi a salutarmi. A raccontarmi cosa sono diventato.

Tornando indietro, ogni peso sollevato, ricordo rimosso, è fermo ad aspettarmi dietro ogni curva, lì dove lo avevo abbandonato e nonostante la discesa sembra di andare più lenti, con più attrito.
Ci son volute ore prima di riprendere il mio posto, in questo 2011 che ancora non sento appartenermi.
A cui fortemente non voglio appartenere. E a cui mai apparterrò davvero.

Tornerò a trovarmi, su questa collina ferma tra il 1988 e il 1989, dove la musica si è fermata ai Tears For Fears, Depeche Mode e Simple Minds.
Quando dimenticherò di nuovo quanto faccia male ricordare.

 

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Fitta e morbida come ovatta

All’inizio a perdersi erano quasi sempre degli oggetti: gli occhiali, un libro, le chiavi.

Poi a sparire son state parole, aggettivi, nomi, verbi.

In seguito interi pensieri affondavano in una nebbia densa a metà del loro viaggio. Rimanevano tronchi, sostituiti da un’espressione interrogativa e sorpresa.

Tempo dopo han cominciato a sparire volti, periodi interi della vita, ricordi di momenti che sapevi di aver vissuto ma di cui non riuscivi a ricostruire lo svolgimento; le cose fatte, le cose dette, i come, i perché.

Da qualche tempo stanno sparendo anche le ragioni, gli obiettivi, i motivi. C’è solo tanta nebbia fitta e morbida come ovatta. Rassicurante.

Tutto lentamente scivola via, senza rumore. Conservi vaghe sensazioni, personaggi senza volto, dolori senza ragioni, amori senza occhi.

E nessun bisogno di pensare.

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